Se oggi Kiev appare divisa tra un fronte russofilo e uno filo-occidentale, è anche a causa di ciò che successe 8 secoli fa.
di Andrea Franco -
Limes-Rivista di Geopolitica
In Ucraina, polemiche politiche e manifestazioni di piazza stanno polarizzando da settimane l'opinione pubblica in due fazioni contrapposte:
una "filo-occidentale", l'altra "filo-russa". Le origini di tale faglia
politica e culturale sono ricostruibili attraverso la storia degli
avvenimenti che, dopo una genesi comune, vennero a distinguere
l'elemento nazionale ucraino da quello russo.
Fu la Rus' di Kiev che nell'antichità riunì le tribù slavo-orientali(1) irradiatesi dalle paludi del Pripjat,
incentrandosi per l’appunto su quella che sarebbe divenuta la capitale
dell’odierna Ucraina. Il passaggio dalla “preistoria” alla luce della
civiltà, per tradizione, viene fatto coincidere con il 988, anno in cui
San Vladimir, dopo aver vagliato le principali tradizioni religiose del
mondo coevo, decise di optare per la cristianità constantinopolitana,
reputata la più adatta allo “spirito delle genti della Rus´”: in seguito
al suo stesso battesimo, a quello dei suoi sudditi e della terra,
avrebbe creato un vincolo sacrale fra i 3 soggetti costituenti lo Stato
(autocrazia, popolo, e territorio).
Lo Scisma d’Oriente (per gli ortodossi, d’Occidente)
non fece altro che suggellare la già chiara appartenenza della Rus´
alla sfera spirituale e culturale bizantina. Rispetto all’origine
comune, i primi elementi di discontinuità all’interno della Rus´
sopraggiunsero nel corso del XIII secolo, quando la parte orientale
dello Stato (la futura Russia) fu soggiogata dai tataro-mongoli, mentre
quella occidentale (in seguito, Ucraina) subì l’invasione
polacco-lituana. È con questo duplice avvenimento che si possono
ravvisare le fondamenta di uno dei pregiudizi che, a partire dalla metà
dell'Ottocento, avrebbe caratterizzato il sentimento anti-russo dei
nazionalisti ucraini, per i quali i moscoviti sarebbero stati corrotti
dai costumi “asiatici” dei loro dominatori, assunti per effetto del
plurisecolare contatto con i tatari.
Sarebbe stata l’eroica resistenza offerta da Aleksandr Nevskij(2)
contro gli svedesi, prima, e dai Cavalieri portaspada di Alberto da
Riga, poi, a garantire la continuità dello Stato erede della Rus´. Il
fulcro del potere si sarebbe trasferito più a Nord rispetto a Kiev,
culla d'origine della Slavia-orientale. A partire dal 1378-80, le
vittorie ottenute da Dmitrij Donskoj contro i tatari
fecero
di Mosca, sino a quel momento centro di minore importanza, il nuovo
epicentro slavo-orientale, mentre i territori occidentali dell’antica
Rus´ rimanevano parte del regno di Polonia-Lituania: i tragitti storici
delle due aree slavo-orientali finirono così per divergere chiaramente.
Un ulteriore importante motivo di cesura si ebbe nel 1596,
questa volta in ambito confessionale. I vertici del regno di Polonia,
sino a quel momento realtà fra le più tolleranti dell’Europa del XVI
secolo, decisero infatti di varare una politica tesa alla
cattolicizzazione delle comunità slave-orientali site all’interno dei
propri confini (le progenitrici degli odierni ucraini occidentali), con
l’ausilio della Compagnia di Gesù. Per effetto di tale politica, tali
genti, già cristiano-ortodosse, furono costrette (stando alla vulgata
ortodossa) a riconoscere il “primato di Pietro” in cambio del
mantenimento del rito slavo-bizantino(3) e del diritto a contrarre
matrimonio in favore del clero secolare. Nacque così la maggiore delle
Chiese uniate d'Europa, diffusasi con tale forza in Ucraina occidentale
da attrarre in seguito gli strali dello zar Nicola I (nel 1839) e
successivamente di Stalin (1945). L’ortodossia moscovita, elevata nel
1589 al rango di patriarcato (4), per tutta risposta creò a Kiev
l'Accademia Mogiliana. Sorta come baluardo culturale a protezione
dell’ortodossia, avrebbe permesso la penetrazione dell'umanesimo latino
in territorio kieviano e, di qui, anche verso Mosca, secondo una
declinazione mediata dagli influssi culturali polacchi. La Chiesa uniate
rimane la più grande pietra di scandalo gravante sui rapporti fra Santa
Sede e patriarcato di Mosca: era considerata dalla prima un'espressione
di una cattolicità mai pienamente realizzata, dalla seconda uno
sgradito tentativo ordito da Roma di fare proseliti in un territorio già
cristianizzato da oltre un millennio. Sarebbe stata proprio l'esistenza
di tale Chiesa il principale ostacolo alla missione pastorale di papa
Woitiła in Russia.
Alla frattura religiosa se ne sarebbe sovrapposta un'altra,
di natura politico-territoriale. Nel 1654, nel contesto delle guerre
fra il Gran principato di Mosca e la Polonia, rispetto a cui il
Cosaccato ucraino(5) costituiva un territorio parzialmente autonomo,
Bohdan Chmielnicki sottoscrisse con Aleksej Michajlovič, secondo sovrano
della dinastia Romanov, il trattato di Perejaslav, che sancì il
passaggio della parte orientale(6) del Cosaccato sotto il controllo
moscovita. Ancora oggi la storiografia russa, discendente in linea
diretta da quella sovietica, e quella ucraina(7), di tendenze
nazionaliste, si accapigliano sul significato di tale accordo: se per i
primi era il compimento di un percorso ineluttabile, per i secondi non
era altro che un patto fra pari sancito temporaneamente in mera funzione
anti-polacca.
In seguito alla terza spartizione della Polonia (1795), l’Impero zarista acquisì anche la parte orientale delle terre polacche, ovvero la
pravoberežnaja Ukraina
(quella sita sulla sponda destra del fiume Dnepr), entrando così in
diretto contatto con le regioni dell'Europa centrale, mentre la Galizia
orientale entrava a far parte dell’Impero austro-ungarico, seguendone le
sorti sino al 1918. Da quel momento, sino alla rinascita di una Polonia
indipendente, gli sciovinisti polacchi avrebbero rivendicato con forza i
cosiddetti
kresy wschodnie (le marche orientali dell’area da essi identificata come di propria appartenenza storico-culturale), mere
zapadnye krajia
per l'Impero russo, regioni occidentali già appartenute alla Rus´(8),
dando così vita a un contrasto ideologicamente insanabile. Per quanto
riguarda i territori "piccolo-russi"
(termine ottocentesco per definire i
gubernija sud-occidentali,
popolati in maggioranza da ucraini), non vi sarebbero stati altri
sconvolgimenti sino agli anni della Rivoluzione d’ottobre e della guerra
civile, che avrebbero trasformato l’Ucraina in autentico campo di
battaglia.
La breve parentesi indipendentista ucraina(9) al termine della prima guerra mondiale,
permessa dalla sconfitta russa e dalla pace di Brest-Litovsk con gli
Imperi centrali (1918), sarebbe stata brutalmente interrotta
dall'intervento dell'Armata Rossa che, nel 1922, avrebbe ricondotto
l'Ucraina all'Unione Sovietica in qualità di repubblica federata, mentre
la Galizia orientale, assurta a culla del nazionalismo ucraino,
diveniva parte del rinato Stato polacco.
Nei primi anni della seconda guerra mondiale, sulla base del patto Molotov-Ribbentrop,
i territori ucraino-occidentali e moldavi furono annessi all'Unione
Sovietica sino al giugno del 1941, quando la Wehrmacht tedesca scatenò
l'operazione Barbarossa. Fu solo nel 1944 che questi territori furono
nuovamente “liberati” (secondo l’ottica ufficiale sovietica), nonostante
l'accanita resistenza offerta dai nazionalisti dell’Esercito
insurrezionale ucraino (Upa) di Stepan Bandera che condussero la
guerriglia sino al principio degli anni Cinquanta(10). Con la vittoria
contro il nazi-fascismo, Stalin incamerò i beni della Chiesa uniate per
devolverli al patriarcato di Mosca: si tratta degli stessi beni di cui i
sostenitori della Chiesa dell’Ucraina occidentale si sarebbero
reimpossessati nel 1991, dopo la caduta dell’Urss.
L’ultima modifica agli assetti territoriali risale al 1954,
quando Nikita Chruščëv, primo segretario del Partito, cedette la Crimea
alla Repubblica federativa sovietica di Ucraina, a memento dei 300 anni
della (pretesa) dedizione di Chmielnicki alla Moscovia. Crollata
l'Unione Sovietica, tale cessione avrebbe dato adito a una nuova
contesa, dal momento che Sebastopoli era l'ancoraggio più importante per
la flotta russa (già sovietica) del Mar Nero. Non meno importante, la
diffusione della lingua ucraina in Crimea appariva marginale, quantomeno
nei confronti di quelle preponderanti: russa e turco-tatara.
In virtù di questa storia è possibile individuare, in Ucraina,
una forte polarizzazione che corre sulla base dei meridiani: nell’Est
russofono (quando non autenticamente russo), la maggioranza della
popolazione guarda ancora a Mosca, depositaria di formidabili legami
storici, religiosi e spirituali, corroborati dai numerosi legami
familiari con i russi d'oltreconfine(11). Viceversa, le regioni
occidentali del paese appaiono tendenzialmente nazionaliste, ucrainofone
e uniate. Il baricentro delle due aree corre lungo le anse del fiume
Dnepr, che segna la zona di trapasso degli orientamenti politici e -
tendenzialmente - anche fra il prevalere dell'uno o dell'altro
idioma(12). Se è vero che le terre a Est del Dnepr, più la città di
Kiev, sono (ri-)entrate a far parte dell’orbita russa nel 1654, è anche
vero che l’ingresso nella sfera russa della
pravoberežnaja Ukraina,
che ha nella Volinia la sua regione principale, risale al 1795, mentre
la Galizia orientale è stata annessa all’Urss solo nel 1945. La Crimea,
infine, fu l’ultimo territorio entrato a farne parte, in piena guerra
fredda. Questa periodizzazione è utile per determinare i diversi
gradienti dell’efficacia della penetrazione della cultura e della lingua
russa nello Stato ucraino: a ciò corrispondono gli orientamenti
politici tendenzialmente filorussi dei cittadini delle regioni
orientali(13) oppure quelli filoeuropei degli abitanti delle aree
occidentali, storicamente posti in più stretto contatto (benché da
posizioni spesso di subalternità) con la Polonia, l’Austria e
l’Ungheria.
La partita che si è giocata a Vilnius il 28 e il 29 di novembre fra la Russia e l’Unione Europea,
de facto,
ha avuto come posta in palio il controllo di alcune delle repubbliche
ex sovietiche e la loro inclusione nell’area d'influenza europea,
piuttosto che in quella dell’Unione eurasiatica guidata dalla
Federazione Russa. L’Unione Europea, già tanto gravata da pesanti
problemi interni, poteva ragionevolmente sperare di estendere la propria
influenza all’Ucraina, la seconda delle repubbliche ex sovietiche per
potenzialità economiche e popolazione? Com’era noto a Catherine Ashton
e, più in generale, ai vertici dell’Unione, sarebbe stato molto
difficile riuscire a convincere Yanukovich ad accettare gli aiuti
economici promessi da Bruxelles in cambio della richiesta di un
rinnovamento del sistema politico per mezzo di riforme volte ad
accentuare la trasparenza delle istituzioni ucraine. D’altra parte,
Mosca ha potuto mettere sul tavolo la sua grande influenza geopolitica,
oltre che il peso delle proprie elargizioni, specialmente in ambito
energetico. Inoltre, Putin non chiedeva a Kiev di mettere mano al
proprio sistema politico. Perché tanta magnanimità? Dal punto di vista
del Cremlino, l’Ucraina non solo è parte del suo "estero vicino" nonché
culla della nazione russa(14), ma rappresenta un considerevole mercato,
peraltro estremamente recettivo nei confronti delle proprie
indicazioni(15).
La situazione attuale è dunque assai complessa,
anche perché l’Ucraina, in quasi tutte le analisi politiche, viene
percepita come area di frizione fra la sfera d'influenza europea e
quella russa. E se fosse invece considerata quale ponte funzionale
all'avvicinamento fra la Federazione Russa e l’Unione Europea(16)?
Magari la Russia tornerebbe a esser considerata parte dell’Europa(17), a
dispetto della tradizione di pensiero eurasista che, gemmata dal
pensiero slavofilo, tanto ha pervaso le coscienze dei russi. Se l'Unione
Europea considerasse i rapporti con Mosca non più un fatto di
ostpolitik ma
di autentica politica interna - o quantomeno rientranti nell'ambito di
una relazione fra soggetti apparentati, potrebbe svolgere nei confronti
dell’Ucraina un’azione più attrattiva e, al contempo, renderebbe più
improbabile uno scenario di spaccatura interna.
Per approfondire:
La difficile partita della lingua russa in Ucraina
Note:
(1) Questo Stato era popolato prevalentemente da
slavi-orientali, benché non esclusivamente: molte erano infatti le tribù
finniche, in una buona misura assorbite dagli stessi slavi; inoltre, a
dar credito alla “teoria normanna”, sviluppata da vari storici
ottocenteschi e in particolare da Pogodin, furono i Varjagi (normanni
svedesi) a fornire le élite a una società ancora esclusivamente
contadina, poco articolata o stratificata da un punto di vista sociale.
Gli scandinavi vennero presto assorbiti nello Stato che aveva tributato
loro tanta generosa accoglienza, pur lasciarono in eredità, ad esempio,
una forte influenza sull’onomastica: Oleg e il suo corrispettivo
femminile Ol´ga derivano da Olaf, mentre Igor´ da Ingvar.
(2) Su questo soggetto storico, nel 1938, Ejzenštejn avrebbe per
l’appunto dedicato il suo capolavoro, censurato l’anno successivo per
effetto dell’avvicinamento alla Germania hitleriana imposto
dal patto Molotov-Ribbentrop.
(3) Con l’introduzione, successivamente, di minime varianti, a opera dal sinodo di Zamość nel 1720; cfr.: A. M. Ammann S.J.,
Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, U.T.E.T., Torino, 1948, pp. 359-365.
(4) Tra l’altro, ciò comportò il superamento gerarchico da parte di
Mosca nei confronti della Matropolia kieviana, rispetto alla quale in
origine Mosca dipendeva.
(5) I cosacchi furono percepiti dagli storiografi e scrittori
dell’Ottocento, e in particolare da Kostomarov e Ševčenko, quali
progenitori degli ucraini moderni. L’immagine stereotipata del cosacco
nella letteratura polacca fu essenzialmente creato da Sienkiewicz, nel
suo romanzo
Con il fuoco e con la spada (
Ogniem i mieczem,
1884). In Sienkiewicz è molto forte il sentimento contrastante di
passione e repulsione provato nei confronti dell’Ucraina; cfr.: K.
Konstantynenko,
La minoranza di una minoranza: gli ucraini nell’opera di Sienkiewicz, in
Le minoranze come oggetto di satira,
A. Pavan, G. Giraudo (a cura di), Padova, E.V.A., 2001, Vol. I, pp.
208-213. All’opposto, nella letteratura russa, la più celebre
rappresentazione della figura del cosacco è quella rappresentata dal
racconto gogoliano di Taras Bul´ba (1834), racconto lungo che nasce
sulla base degli studi di storia ucraina condotti da Gogol´, e che ha
conosciuto numerose trasposizioni cinematografiche, anche in Occidente.
(6) I territori a Est del fiume Dnepr, più la città di Kiev, che
sorge lungo la sponda alla sinistra idrografica del fiume stesso. La
parte occidentale del Cosaccato rimase sotto il controllo del regno di
Polonia.
(7) Sostenuta da quella della diaspora canadese, un autentico potentato.
(8) Sin dal tempo della riscossa di Mosca, il potere autocratico
aveva giustificato le conquiste dei territori occidentali collocandole
nell’egida della “raccolta delle terre della Rus´”, pretese come
slave-orientali da sempre, e perciò, per l’effetto di un corto circuito
logico che il centro si concedeva, da sempre “russe”.
(9) Una mirabile rappresentazione, realizzata da un punto di vista
insieme nazionale e bolscevico, delle piazze di Kiev nelle mani degli
indipendentisti, si ha nel film “Arsenal”, di Oleksandr Dovženko, del
1929.
(10) Un aspro contrasto oppone ancora oggi i nazionalisti ucraini,
molto forti soprattutto in Galizia, e i russi in merito alla memoria
della seconda guerra mondiale, chiamata dai secondi la “grande guerra
patriottica”. Echi di ciò si hanno, oltre che in ambito politico e nella
discussione storiografica, anche nelle arti. Ad esempio, sul medesimo
tema, sono imperniati su valori antitetici il film del regista
ucraino-sovietico Boris Ivčenko “Annyčka” (1968), ligio al sistema di
valori sovietico, e le opere del regista Oleksandr Jančuk,
caratterizzate da un orientamento nazionalista e favorevole all’Upa come
ad esempio “Neskorennyj”, del 2000.
(11) A questo proposito è esemplificativa una vignetta satirica
comparsa nella stampa ucraina all’indomani del 1991: mamma e papà sono
seduti in camera da letto in compagnia dei due figlioli, mentre è stato
tracciato un nuovo (innaturale) confine che passa proprio per il letto;
la signora chiede al marito “Ivan, è stato segnato il nuovo confine. Per
quale cittadinanza opteremo, la mia o la tua?”, in A. Wilson,
The Ukrainians. Unexpected Nation, New Haven and London, Yale University Press, 2000, p. 188.
(12) Va aggiunto che, nelle aree centrali, i
prostonarod´e, ossia “la gente semplice”, si esprime in
suržik, un dialetto avente per base il russo ma fitto di idiotismi ucraini.
(13) In questo frangente storico, alcuni fatti potrebbero contraddire
tale tendenza: parte delle comunità dell’Ucraina orientale e persino
alcuni magnati dell’economia, strattamente dipendenti dal gas russo,
avrebbero infatti adottato un atteggiamento favorevole al movimento di
opposizione “Euromajdan”; cfr.: F. Dragosei,
Paura del Cremlino. Gli oligarchi ucraini scelgono l’Europa, Corriere della Sera, 13/12/2013, p. 19.
(14) Per comprendere appieno il significato del profondo legame che lega i russi al territorio ucraino, cfr.: A. Solzenicyn,
La «questione russa» del secolo XX,
Torino, Einaudi, 1995, pp. 98-101. È interessante notare che l’edizione
italiana reca in copertina una famiglia di Gidzivka (Ucraina).
(15) Considerato il fatto che la Federazione Russa rimane di gran
lunga il paese dalle relazioni commerciali più forti con l’Ucraina, va
detto che il volume dei rapporti con la Polonia sta aumentando
significativamente. Cfr.: A.M. Merlo,
Accordo di associazione in sospeso, in “Il Manifesto”, 11/12/2013.
(16) Questione, tra l’altro, in agenda negli anni di Elcin, ma poi
accantonata in seguito ai successi conseguiti da Putin nell'ambito di
una politica estera prettamente eurasiatica.
(17) In termini geopoltici, la configurazione del soggetto derivato
da tale associazione potrebbe essere chiamato “Paneuropa”, o “Eurussia”,
cfr.: M. Armellini,
L’Europa del futuro sarà Eurussia o non sarà. Le occasioni mancate del ’68 e dell’89, in
L’Europa del disincanto. Dal ’68 praghese alla crisi del neoliberismo, F. Leoncini (a cura di), Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2011, pp. 151-174.