sabato 24 maggio 2014

L'affare del secolo.

Fonte: Arianna editrice 

di Francesco Maria Agnoli 

L'affare del secolo, quello col quale Gazprom, cioè la Russia, s'impegna a fornire per trent'anni (fino al 2048) l'energia del suo gas alla Cina in cambio di 400 miliardi  di dollari, ha  messo i vertici  dell'Unione Europea in mutande davanti alle possibili disastrose conseguenze del loro ossequioso, ma indecoroso appiattimento sulle posizioni degli Usa.  Nella loro arroganza, priva di qualunque giustificazione, perché fondata   sulla debolezza del  nulla, credevano di bastonare e sono stati bastonati.
Buffonesca  nella sua prosopopea la reazione del Commissario europeo all'Energia Guenther  Oettinger: “Noi constatiamo  che  finché il mercato funziona l'energia non è utilizzabile per sanzioni politiche nei confronti della Russia per la crisi  ucraina”.
Ma quali sanzioni energetiche? L' energia è uno dei tanti punti deboli dell'Ue e, caso mai, ha costituito fin dall'inizio della crisi ucraina  una possibile arma di ritorsione   nella disponibilità di Putin.  Un poveraccio qualunque, che, come direbbe nel suo immaginifico linguaggio Di Pietro, non ci azzecca proprio. In che mani siamo!.
Il presidente della Commissione europea Barroso (si potrebbe  dire fortunatamente ancora per poco, se non fosse il fondato sospetto che il suo successore, si tratti di Junker o di Schulz, non sarà affatto meglio di lui)  si è mostrato comunque più consapevole  della realtà e ha preferito piatire rivolgendosi  direttamente a Putin con una lettera di sostanziale sottomissione. “La fornitura di gas “ ha ascritto “non deve  essere interrotta. Conto sulla Russia perché mantenga i suoi impegni: E' responsabilità  di Gazprom assicurare  le consegna di gas come stabilito dai contratti con le società Ue”.
Quanto al governo di Kiev viene indirettamente informato che deve  essere pronto a saldare i suoi debiti e che non deve porre  ostacoli al transito del gas. Difatti l'Ue si aspetta che “tutte le parti restino affidabili fornitori e partner di transito, perché è anche nel loro interesse”.  Il che, per chi sa leggere, significa che l'appoggio europeo alla “nuova” Ucraina non è più incondizionato e Kiev farà bene ad adeguarsi mettendosi in condizione di pagare i prezzi di mercato (che è appunto quello  che chiede Putin, che non vuole concedere al golpisti le condizioni di favore riservate al legittimo governo di Jakunovic). Quanto alla Russia  Barroso (perfino lui!) ha capito chi tiene il coltello per il manico, e si accontenta di  pregarla di apprestare un sistema di allerta che  consenta di avvertire con largo anticipo  i paesi della Ue “caso mai le forniture  dovessero cessare”.

Una rilettura in chiave  energetica dell'apologo  di Fedro “la rana e il bue”.

Ascesa eurasiatista e rovina occidentale.

Fonte: Aurora sito 

di Alessandro Lattanzio 



“Richard Nixon era riuscito ad accordarsi con il leader stalinista Mao Zedong e in quel momento la Russia era contro Cina e Stati Uniti. Obama è riuscito a fare il contrario nel giro di una settimana. Ora Russia e Cina sono contro gli Stati Uniti. L’enorme stupidità della politica estera statunitense”.
La politica aggressiva della Washington decadente di Obama, istruita da oligarchi come Soros e Kissinger, decisa da una schiera di russofobi e sinofobi ottusi guidati da Brzezinski mescolando la politica del ‘Roll Back’ anti-russo, quella del contenimento verso la Cina, l’interventismo hardcore dei neo-con e softcore delle ONG hollywoodiane, con relativo codazzo colorato, non può che aver portato ai noti risultati disastrosi (per gli USA e le sue varie cheerleaders imperialistiche, dall’Unione europea alle satrapie wahhabite del Golfo Persico; dai fascisti europei agli islamisti e al sionismo; dalla sinistra occidentale al protestitismo travestito del tipo ‘Movimento 50 Stelle’, ecc.)
La sovraestensione imperialista praticata da Washington fin dal 1992, da parte delle amministrazioni dei presidenti Clinton, Bush minus e Obama, su ordine dell’apparato imperialista-finanziario diretto da Wall Street e dalla City of London, ha solo esaurito le risorse e la capacità dell’asse atlantista rhodesiano-rockefelleriano nel condurre le proprie svariate guerre simmetriche e asimmetriche, come preteso dalla teoria del ‘Dominio a Pieno Spettro’ ideata dal Pentagono alla fine degli anni ’90. Inoltre, tale esaurimento materiale trascina con sé l’esaurimento ideologico e intellettuale dell’autoproclamata ‘superiore civiltà occidentale’. Difatti, mentre i Mattoni del mondo multipolare si vanno assemblando, partendo dalle fondamenta Russia, Cina e India, il mondo atlantista è preda dall’aggravatasi della schizofrenia psicopolitica che l’ha sempre caratterizzato fin dalle sue prime incursioni colonialiste. Per due/tre secoli l’occidente era al centro della storia mondiale, o così credeva, ma con l’evolversi politico-economico dell’Asia e dell’Eurasia a partire dall’ultimo scorcio del XX secolo, la mappa geopolitica subisce un drammatico mutamento di prospettiva. Lo sguardo mondiale si apre sempre più a est, e a sud, che dalle colline di Hollywood dove oramai giace una usurata e irritante meschina macchina propagandistica.
L’asse della schizofrenia atlantista da una parte arma, finanzia, addestra e supporta direttamente i vari agenti geopolitici del caos: integralisti islamisti, taqfiriti, jihadisti e altri settarismi armati in Medio Oriente e Asia, narcos, paramilitari e mafie in America Latina, fascisti e xenofobi in Europa. Tutte espressioni delle miserabili borghesie compradores locali, da sempre indispensabili quinte colonne dell’imperialismo occidentale. Ma la stessa macchina che idea e propaga simili mostri, oggi si rivolge alla sua opinione pubblica interna sproloquiando di pseudo-accoglienza totalitaria di profughi (proprio quelli generati dalla schizofrenia occidentale all’esterno), di diritti da assegnare ad ogni sorta di deviazione psicopatologica, di un ultra-liberalismo vacuo e fatuo che accompagna la sistematica distruzione di qualsiasi garanzia che l’occidente capitalista ha sempre fatto vanto di apportare: diritti individuali al lavoro, al benessere, alla prosperità e alla stabilità materiale e morale. Tutto finito, non potendo garantire stabilità materiale, la dirigenza atlantista-finanziaria che guida l’occidente, oggi promette solo instabilità morale, diffusa a piene mani da un sistema mediatico-disinformativo così gonfiato da essere sul punto di esplodere. Ogni giorno l’occidente, mentre diffonde la sua ‘cultura’, assomiglia sempre più a una vecchia baldracca che rimembra i giorni che furono. Da Mackinder e Mahan s’è passato a Samantha Power e Victoria Nuland, da Mozart e Leonardo a Wurst e alle Pussy Riot, da Solgenitzin alle Femen… inutile aggiungere altro.
L’occidente è in pieno deliquio da ‘matrimonio per tutti’, espresso dal  nullismo integrale delle proprie ‘produzioni’ massmediatiche e culturali, e applicato con i cosiddetti ‘bombardamenti umanitari’. Tutto ciò, inoltre, viene propagandato e celebrato in prima fila proprio dalla putrefattissima sinistra europea, da mezzo secolo rottasi ad ogni sorta di gioco osceno con le ideologie ultra-indivualistiche statunitensi cui s’è legata pur di distaccarsi dal ponderato ‘piombo’ del Marx-pensiero, (ovviamente il Marx maturo, il filosofo divenuto scienziato dell’economia, non il fasullissimo Marx ‘giovane’ filosofo, che lasciamo alle meteorine del micragnoso circo accademico locale). Ma è un deliquio autoindotto, perché le cosiddette élites si rendono conto che nulla possono davanti a un mondo extra-occidentale risvegliatosi dalla trance post-guerra fredda, disingannato dalle meschinità del dirittumanitarismo di cartapesta e quindi deciso a sbarazzarsi dell’influenza del blocco atlantista-occidentale e dei suoi locali valletti (ripeto, dai satrapi oscurantisti wahhabiti ai ‘giovani’ manifestanti borghesi compradores). Non potendo più affermare una ‘superiorità’ sul piano concreto dell’economia, della politica diplomatica, della scienza e tecnologia, della produzione ideologica-mediatica, perfino militare, l’occidente si rifugia nel mondo fatato delle barbie con barba e dei nazisti democratici per poter affermare, nel vuoto del puramente virtuale, quella superiorità che non vanta nella realtà. La debacle occidentale è tale che dall’accerchiamento geostrategico dell’Eurasia, via Afghanistan, Siria e Corea del Sud, Washington e stati clienti sono costretti a passare all’accerchiamento virtuale, votando con brogli una ex-barbie barbuta austriaca o ricevendo al Congresso degli USA due prostitute ex-russe da cui avere ‘consigli strategici’.
L’accordo russo-cinese sul gas determinerà i prossimi 30 anni di cooperazione nello sviluppo dei giacimenti di gas in Siberia ed Estremo Oriente russo. Secondo Aleksej Miller, CEO della Gazprom, il valore del contratto è di 400 miliardi di dollari, per un volume di gas da esportare di oltre un trilione di metri cubi. L’accordo diverrà operativo una volta completata la costruzione del gasdotto “Forza della Siberia” che collegherà i giacimenti di gas dell’Estremo oriente russo e della Siberia occidentale con la Cina. La partecipazione della Russia a tale realizzazione viene stimata pari a 55 miliardi di dollari, quella dei cinesi a 22 miliardi. Aleksandr Birman, giornalista specializzato in questioni energetiche, scrive sul quotidiano russo Izvestija, “Dopo essersi assicurata energia a buon mercato, la Cina riafferma la propria posizione di fabbrica più competitiva del mondo“, scrive Birman. Per la Russia, la diversificazione delle esportazioni energetiche è una necessità vitale, poiché l’accordo apre a Gazpromanche i mercati di Giappone e Corea del Sud,  permettendole di diventare un attore anche del mercato del Gas Naturale Liquefatto (GNL). “Politicamente, il contratto russo-cinese è un successo“, dice Grigorij Vygon, direttore del Centro Energia della Business School di Skolkovo, Mosca. “I rischi ucraini e la posizione dell’Europa rendono la diversificazione una necessità vitale“. Osserva a sua volta il giornalista Dmitrij Babich, “Si potrebbe aggiungere che Obama s’è rivelato (involontariamente) il migliore lobbista del riavvicinamento russo-cinese nelle sue ultime visite nei Paesi con dispute territoriali con la Cina. Sostenendo direttamente la “rivoluzione” a Kiev e gli sfidanti della Cina nel Mar Cinese, Obama ha aiutato Mosca e Pechino a colmare le loro divergenze sui prezzi del gigantesco accordo. E un’altra cosa che probabilmente entrerà nei libri di testo della diplomazia è l’enorme stupidità delle sanzioni imposte al capo della prima compagnia gas-petrolifera russa, Igor Sechin, e a poche settimane del viaggio in Cina. … Si tratta di un fallimento storico per l’Unione europea e anche per gli Stati Uniti, perché cedere il gas siberiano russo alla Cina è un fallimento storico. L’UE sapeva che Putin sarebbe andato in Cina. Così, invece di lottare per il gas russo, molto importante per l’economia europea, ha creato un conflitto dal nulla sul desiderio di Janukovich di rinviare la firma dell’accordo di associazione con l’UE. E ora sembra che il gas russo sia perduto per l’Europa. Se le relazioni tra la Russia e l’UE fossero state buone, sarebbe stato molto più conveniente inviare il gas all’Europa, perché le infrastrutture per l’esportazione della Russia sono orientate verso l’Europa. Invece, sono riusciti ad allontanare la Russia e nonostante un prezzo piuttosto basso proposto inizialmente dalla Cina, la Russia ha comunque concluso tale accordo”.
Dichiarazione di Vladimir Putin sulle relazioni Russia-Cina, 20 maggio 2014, Shanghai:
“Presidente Xi Jinping, onorevoli colleghi, amici, 
Oggi, in un ambiente tradizionalmente accogliente e fattivo, abbiamo adempiuto al vasto programma della cooperazione russo-cinese, ponendoci obiettivi ambiziosi e traguardi a lungo termine. Abbiamo firmato una serie di importanti documenti bilaterali. Le relazioni tra la Russia e la Repubblica popolare cinese si sviluppano con successo e hanno raggiunto un nuovo livello di partenariato globale e cooperazione strategica. Durante i negoziati, abbiamo prestato particolare attenzione alle questioni economiche. La Cina è il principale partner commerciale estero della Russia. L’anno scorso il fatturato commerciale tra i nostri Paesi è stato di quasi 90 miliardi di dollari, e lavoreremo per portarlo a 100 miliardi. Abbiamo tutto quello che serve per raggiungere questo obiettivo. Un Comitato d’investimento russo-cinese è stato istituito per continuare l’espansione degli investimenti reciproci. V’è una serie di importanti iniziative imprenditoriali nel settore energetico. Lavoriamo in tutti i settori, e progrediamo in tutto il mondo. 
Nel corso della riunione, abbiamo anche considerato i modi per diversificare gli scambi commerciali riducendo la dipendenza dalla situazione economica globale. Promuoveremo la cooperazione in settori ad alta intensità tecnologica come l’aviazione civile. Abbiamo buone prospettive, i progetti per realizzare aeromobili wide-bodies ed elicotteri pesanti civili. Sviluppiamo anche la cooperazione nella produzione delle auto. La cooperazione tra le banche è in crescita e continuerà a sviluppare l’infrastruttura finanziaria. Si lavora per aumentare i versamenti reciproci in valuta nazionale, e abbiamo intenzione di considerare nuovi strumenti finanziari. La cooperazione tecnologica militare, sotto la supervisione dei ministeri della Difesa dei nostri Paesi, è una questione separata. È un fattore importante per la stabilità e la sicurezza regionale e mondiale. Vediamo un grande futuro nell’espansione della cooperazione tra le singole regioni dei nostri Paesi. Numerose regioni russe, comprese le città metropolitane di Mosca e San Pietroburgo, così come la regione del Volga ed altre, collaborano direttamente con partner cinesi. I legami umanitari sono sempre più importanti. A marzo abbiamo lanciato i mutui scambi annuali d’amicizia della gioventù. Abbiamo anche deciso di creare una università russo-cinese basata sull’Università Statale di Mosca e la Beijing University of Technology. 
Il Signor Presidente ha già detto che la memoria storica del grande eroismo dei nostri popoli nella seconda guerra mondiale, avvicina ancora più Russia e Cina. Abbiamo deciso di tenere celebrazioni congiunte per il 70° anniversario della Vittoria. Nel corso del nostro scambio dettagliato, abbiamo anche seguito le questioni internazionali. Prendo atto che le posizioni di Russia e Cina in gran parte coincidono. Condividiamo le stesse priorità globali e regionali. Abbiamo concordato un più stretto coordinamento delle nostre azioni in politica estera, anche nel quadro delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai, dei BRICS, APEC e della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia, che inizia la sua riunione stasera. Sono grato al Presidente della Cina e a tutti i nostri amici e partner cinesi per l’incontro molto costruttivo tenutosi oggi e in precedenza, quando abbiamo preparato la visita. Grazie per l’invito a visitare la Repubblica popolare cinese e ad assistere ai prossimi eventi. Sono felice di accettare. 
Grazie”.
Il Presidente Vladimir Putin quindi ribadiva non solo che Russia e Cina nei loro rapporti economico-finanziari abbandonano l’uso del dollaro USA, ma anche l’”intenzione di prendere in considerazione nuovi strumenti finanziari…” I rapporti commerciali tra Cina e Russia si basano sempre più su meccanismi che vanificano le sanzioni economiche occidentali contro i due Paesi continentali. Inoltre, il Presidente Xi Jinping ha proposto la creazione di una nuova organizzazione asiatica per la cooperazione nella sicurezza, con la partecipazione di Iran e Russia, alla Quarta Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA, forum di 24 Paesi volto a rafforzare la cooperazione per la pace, la sicurezza e la stabilità in Asia), a Shanghai, Cina. “Dobbiamo rinnovare la nostra cooperazione per la sicurezza ed istituire una nuova architettura nella cooperazione per la sicurezza regionale“, ha detto Xi al vertice cui partecipavano anche il presidente iraniano Hassan Rouhani e il presidente russo Vladimir Putin. Il presidente cinese ha detto che le nazioni asiatiche dovrebbero rispondere collettivamente a problemi gravi come criminalità transnazionale, sicurezza informatica ed energetica, terrorismo e catastrofi naturali. “Dovremmo avere tolleranza zero per terrorismo, separatismo ed estremismo, dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale e intensificare la lotta contro tali “tre forze”. Il presidente cinese ha anche avvertito gli Stati Uniti contro la loro espansione militare in Asia: “Rinforzare le alleanze militari contro una terza parte non favorisce la sicurezza regionale.”
Inoltre, da oggi le società russe partecipano alle realizzazione del gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI). Il vicepremier russo Arkadij Dvorkovich ha dichiarato al Congresso sul gas in Turkmenistan, “Lo sviluppo del ‘vettore orientale’ e la sicurezza e la stabilità energetiche sono le nostre priorità“. Dvorkovich ritiene che la cooperazione con i Paesi della regione Asia-Pacifico sia promettente. La Russia è pronta a fare invitare il Turkmenistan al Gas Exporting Countries Forum (GECF) in Qatar, nel novembre 2014. “La partecipazione del Turkmenistan nel forum degli esportatori gasiferi può avvantaggiare la repubblica dell’Asia centrale“. Afghanistan, Pakistan e India sono acquirenti del gas turkmeno, e la creazione del consorzio TAPI Ltd ne è una logica conseguenza. La richiesta di accelerare la realizzazione del progetto è stata discussa in una riunione tra il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov e i funzionari indiani. La costruzione dovrebbe essere completata nel 2018, permettendo al Turkmenistan di fornire 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno ai suoi tre clienti.
In definitiva, Obama ha contribuito a concretizzare l’incubo di sir Halford Mackinder, ovvero la coesione politica di un’Eurasia che riesce a sottrarsi alle manipolazioni geostrategiche e geopolitiche atlantiste sviluppando ampie infrastrutture per i trasporti e le comunicazioni terrestri attraverso l’Heartland. Reti ferroviarie, viarie, gasdotti, oleodotti e addirittura canali, sviluppati dagli anni ’30 in poi, permettono oggi all’Eurasia di non essere minacciata alle linee di approvvigionamento del suo sviluppo economico-sociale, sottraendosi a quel predominio talassocratico che è alla base delle passate fortune dell’impero inglese e di quello statunitense. E in futuro, più si approfondirà l’integrazione eurasiatica, più diminuirà l’influenza monopolare di Washington e meno instabili risulteranno varie realtà geopolitiche regionali e mondiali.

Cina-Russia, l’asse del gas.

Fonte: Altrenotizie 

di Michele Paris


La firma a Shanghai del monumentale accordo di fornitura di gas naturale tra la Russia e la Cina rappresenta in prospettiva un evento in grado di scombinare gli equlibri energetici in Asia e non solo, se non addirittura gli assetti strategici globali emersi al termine della Guerra Fredda. La partnership sempre più salda tra Mosca e Pechino - in ambito energetico ma anche economico e militare - costituisce infatti un serio problema per gli Stati Uniti.
L'accordo mette in discussione la già stentata “svolta” asiatica di Washington in funzione di contenimento della Cina, sulla quale dovrebbero basarsi in gran parte i progetti americani per la conservazione di un ordine mondiale unipolare di fronte all’inesorabile declino della (ancora per poco) prima potenza economica del pianeta.

Quando già i media ufficiali d’oltreoceano stavano festeggiando la mancata firma sul contratto di fornitura di gas al termine del primo giorno trascorso dal presidente russo Putin in Cina, l’annuncio dell’accordo raggiunto ha cominciato invece a circolare nella giornata di mercoledì, mandando senza dubbio un brivido tra gli occupanti delle stanze del potere di Washington e i think tank americani impegnati a disegnare un futuro radioso per l’unica presunta superpotenza globale.

Già le sole dimensioni dell’intesa tra la russa Gazprom e la cinese CNPC (China National Petroleum Corporation) rivelano l’importanza di quanto accaduto questa settimana a Shanghai. Come è ormai noto, la Russia fornirà a partire dal 2018 e per 30 anni qualcosa come 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla Cina per un valore complessivo di circa 400 miliardi di dollari.

Ciò ammonta al 20% delle attuali forniture complessive di gas russo ai paesi europei e ad un aumento di un quarto delle esportazioni di gas di Mosca al di fuori dell’ex blocco sovietico. Questi numeri già molto importanti sono destinati però a salire nel prossimo futuro, visto che un altro aspetto determinante dell’accordo prevede investimenti per 75 miliardi di dollari nella costruzione o nell’ammodernamento di gasdotti e altre infrastrutture energetiche nella sconfinata area di confine tra i due paesi.

Con le entrate ottenute dal contratto cinese, in particolare, Gazprom potrà investire 55 miliardi di dollari - gli altri 20 saranno a carico dei cinesi - in impianti e condutture in Siberia orientale che favoriranno le esportazioni anche verso altri paesi, inclusi i due principali alleati americani in Estremo Oriente: Giappone e Corea del Sud.

I negoziati sul gas tra Cina e Russia erano in corso da un decennio e in svariate occasioni era sembrata imminente una possibile intesa. Uno dei punti più spinosi era rappresentato dal costo delle forniture, con entrambe le parti interessate ad attendere e sfruttare le migliori condizioni possibli nel momento in cui esse si fossero presentate.

Il prezzo finale non è stato resto noto ma dovrebbe essere stato fissato in termini vantaggiosi soprattutto per Pechino. Secondo gli analisti di RBC Capital Markets, infatti, le condizioni di acquisto stabilite dovrebbero garantire alla Cina un afflusso sicuro di gas naturale ad un costo tra il 25% e il 40% inferiore a quanto sborsa oggi per importare gas liquefatto (LNG) via mare.

Le condizioni di vendita del gas russo alla Cina potrebbero perciò creare problemi di competitività per le maggiori multinazionali operanti nell’ambito dell’LNG, così come finirebbero per essere poco vantaggiosi gli investimenti annunciati in impianti per l’esportazione di gas liquefatto negli Stati Uniti, soprattutto se destinato al continente asiatico.

Uno dei vantaggi per la Russia - oltre a quello economico - è legato invece al fatto che i due giacimenti in Siberia da cui deriverà il gas diretto in Cina sono oggi poco sviluppati e senza la sigla di un contratto di queste dimensioni con Pechino avrebbero avuto poche chances di venire sfruttati.

L’appetito cinese per le risorse energetiche, inoltre, dovrebbe continuare a salire vertiginosamente nei prossimi anni e la Russia potrebbe beneficiarne ulteriormente. Il fabbisogno di gas naturale della Cina nel 2013 è stato di 170 miliardi di metri cubi e, secondo le previsioni, salirà a 420 miliardi entro il 2020.

In ogni caso, l’accelerazione delle trattative e la volontà dei governi di Mosca e Pechino di far coincidere la firma dell’accordo con l’incontro a Shanghai tra Putin e il presidente cinese, Xi Jinping, sono state la conseguenza dei fatti in corso in Ucraina e del desiderio del Cremlino di rispondere a sanzioni e minacce dell’Europa, impegnata - almeno a parole - a cercare fonti di approvvigionamento di gas alternative alla Russia.

Per la Cina, l’importanza della partnership in ambito energetico con la Russia è rappresentata poi dalla possibilità di garantirsi forniture certe e di lungo periodo via terra da un paese confinante e, soprattutto, al di fuori delle rotte presidiate dagli Stati Uniti. La gran parte delle importazioni cinesi di petrolio e gas naturale viaggia oggi per mare, nelle acque cioè al largo delle coste sud-orientali del paese, dove è sempre più fitta la presenza militare americana, rendendo estremamente seria la minaccia di una interruzione delle forniture in caso di esplosione di una qualche crisi.

Oltre a questo rischio, Pechino ha indubbiamente valutato anche quello degli ostacoli posti spesso proprio dagli USA e dai loro alleati al mantenimento e all’allargamento dei rapporti energetici con paesi mediorientali, africani e sudamericani. Infatti, alcune delle maggiori crisi scoppiate in questi anni riguardano frequentemente paesi che sono o sono stati importanti fornitori di gas o petrolio per la Cina, come Iran, Libia, Sudan e Venezuela.

In un quadro più ampio, il fondamentale accordo russo-cinese sul gas si inserisce a pieno titolo nei processi in atto da tempo che stanno producendo una trasformazione verso un mondo multipolare, rafforzando anzi in maniera determinante questa evoluzione.

La collaborazione a tutto campo tra Mosca e Pechino - nonostante più di una divergenza di interessi - appare cioè come l’asse portante di una rete di alleanze, accordi commerciali e partnership strategiche che vede come protagonisti svariati paesi emergenti, sempre più svincolati dai legami con gli Stati Uniti e l’Europa.

Questa tendenza si è concretizzata in gruppi e organizzazioni varie come i cosiddeti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) o l’eurasiatica Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), vista da molti come possibile futuro contrappeso alla stessa NATO, ma anche il finora oscuro CICA - un forum intergovernativo per promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità in Asia - che ha fatto da cornice questa settimana allo storico accordo tra Putin e Xi a Shanghai.

In questa realtà sta nascendo anche l’ipotesi realmente rivoluzionaria dell’utilizzo di una nuova moneta, o una serie di monete, per i pagamenti internazionali alternativa al dollaro, come conferma un dato del Fondo Monetario Internazionale secondo il quale nell’ultimo decennio le riserve monetarie “non in dollari” nei mercati emergenti sono salite del 400%.

Un’evoluzione, insomma, che promette una sempre più marcata marginalizzazione degli Stati Uniti e la perdita da parte di questi ultimi dello status di prima potenza economica e militare del pianeta, quanto meno sul medio o lungo periodo.

Di fronte a questa minaccia, è facile intuire le motivazioni che stanno dietro ai tentativi di Washington di rivolgere attenzioni e risorse sempre più verso l’Asia o la Russia, sia pure facendo aumentare i rischi di un conflitto rovinoso, come appare chiaro in Ucraina e in Estremo Oriente con la riesplosione delle contese territoriali tra la Cina e svariati paesi vicini.

Un’aggressività, quella del governo USA, che potrà però fare ben poco per fermare un cambiamento, annunciato dalla stretta di mano di mercoledì tra Putin e Xi, che - sia pure incapace di superare le contraddizioni del sistema capitalistico - sembra prefigurare un pianeta nel quale un numero sempre maggiore di paesi, in Asia come in Africa o in America Latina, vede il proprio futuro non più legato necessariamente a quello dell’Occidente.

Putin sceglie l'Eurasia e dà scacco matto agli USA e alla UE.

Fonte: Eurasia

di Stefano Vernole

Puntuale come un orologio svizzero e fedele alla sua natura di giocatore “simmetrico”, Vladimir Putin ha sciolto ogni dubbio e ha deciso di puntare tutto sull’opzione eurasiatica.
Il gioco “duro” attuato da Washington tramite i suoi satelliti di Bruxelles ha costretto il capo del Cremlino ad abbandonare le sue storiche esitazioni verso l’Ostopolitik e a virare in maniera decisa a favore dell’asse eurasiatico Russia-Cina-Iran prospettato già all’inizio degli anni Novanta da Evgenij Primakov e dalla sua dottrina geopolitica.
L’accordo trentennale per la fornitura di gas naturale a Pechino rappresenta solo l’aspetto più evidente di questo spostamento di prospettiva strategica, rimasto per lungo tempo “congelato” dai decisori di Mosca.
C’è voluta tutta l’arroganza della Casa Bianca e la cecità geopolitica dell’Unione Europea per consentire l’attuazione di questo risultato, da diversi anni preconizzato anche in Italia (in modo solitario) dagli analisti della nostra rivista.
Il partenariato strategico Russia-Cina, destinato ormai ad evolvere militarmente tramite l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, è il primo passo verso la costruzione di un nuovo assetto delle relazioni internazionali realmente multipolare e condiviso, che dovrà portare sicurezza e stabilità proprio nelle aree messe a soqquadro dall’avventurismo militare statunitense in Medio Oriente e in Asia Centrale, Afghanistan e Iraq in primis.
Questa configurazione geopolitica, così diversa dal Nuovo Ordine Mondiale unipolare sognato dagli Stati Uniti d’America dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, consentirà anche gradualmente di modificare la struttura produttiva globale basata oggi sulla fallimentare finanziarizzazione dell’economia.

Non è un caso che i termini dell’accordo firmato ieri da Putin e Xi Jinping prevedano l’utilizzo di yuan e rubli per pagare il gas naturale e le infrastrutture necessarie al suo trasporto, escludendo il dollaro (ma anche l’euro) in un’intesa tanto importante per il mercato internazionale delle materie prime.
L’accelerazione voluta dalla Russia nelle ultime settimane, in conseguenza della crisi ucraina, è perciò destinata a lasciare il segno e inciderà profondamente sul destino mondiale negli anni a venire.
Putin ha infatti concesso il via libera in Europa alle aspirazioni indipendentiste delle tanti regioni contese come la Transnistria, o la Republika Srpska, ha ribadito il suo sostegno ad Assad in Siria e formalizzato i contratti sul gas e il nucleare in sospeso con l’Iran, ha cancellato il debito della Corea del Nord, ha aumentato il sostegno ai paesi dell’America Indio-Latina stanchi dello storico cappio al collo lasciato in eredità dalla dottrina Monroe.
Soprattutto Mosca ha ribadito come il progetto dei BRICS, destinato ad allargarsi ulteriormente ad altre nazioni indipendenti, sia destinato a prendere il posto del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a guida statunitensi, per sostituirne il modello finanziario basato sull’usura e sulla speculazione e inaugurare una nuova era basata sull’economia reale.
Mentre il Brasile ha già scritto una bozza dello statuto della Banca per lo sviluppo dei BRICS, la Russia sta preparando un accordo intergovernativo per la sua istituzione.
I flebili tentativi mediatici di immaginare un’alternativa alla “dipendenza” dal gas moscovita non incantano praticamente nessuno nemmeno in Europa, dove i “vantaggi” dello shale gas nordamericano vengono irrisi dagli analisti energetici.
Non a caso l’Ungheria di Orban se ne frega bellamente delle minacce di Bruxelles e prosegue imperterrita la sua politica di apertura alla Russia, l’Austria invece di attuare sanzioni contro Mosca firma il contratto per il South Stream con Gazprom, mentre l’Italia è addirittura costretta a inviare comunicati stampa per ribadire il suo sostegno al progetto del gasdotto russo-europeo per timore di restarne esclusa.
A buona ragione, visto il caos libico e le minacce atlantiste sempre meno velate all’Algeria, altro nostro fornitore energetico essenziale insieme a Tripoli e a Mosca.
Non sarebbe ovviamente comprensibile questa bancarotta della politica europea se concentrassimo l’attenzione solo sull’incapacità e sul servilismo delle nostri classi dirigenti, così come sta avvenendo anche durante l’attuale campagna elettorale in vista delle elezioni di domenica prossima.
L’unico tema che infatti viene evitato da tutti i candidati e che rappresenta invece il dato concreto sul quale soffermarsi è quello della “nostra” alleanza militare, cioè l’appartenenza anche formale – in base ai Trattati approvati dai Parlamenti dei Paesi membri – dell’Unione Europea alla NATO.
Questa servitù militare su base continentale è infatti la ragione principale del fallimento del progetto europeo, destinato ad andare in pezzi sotto il peso delle sue contraddizioni; cioè tra l’aspirazione a diventare un polo geopolitico autonomo orientato in maniera naturale verso Oriente e la sua sottomissione ad un’alleanza militare che la spinge verso Occidente.
Clamoroso il caso dell’Italia, costretta – causa la sua appartenenza alla NATO – con l’intervento militare in Libia del 2011 a fare guerra a sé stessa, perdendo così 14 miliardi di euro di commesse.
Senza perciò un serio dibattito politico che tragga questa naturale conseguenza, cioè la necessità per l’Europa di sganciarsi dall’Alleanza Atlantica e di espellere le basi statunitensi dal proprio territorio, tutta la dialettica tra UE sì e UE no, Euro sì ed Euro no, perde la sua validità.
Nel frattempo la Russia, mentre flirta apertamente con la Cina, lascia comunque una porta aperta a quegli europei che cercano un’alternativa anche di tipo culturale, visto che la sistematica distruzione dei valori morali e spirituali nel Vecchio Continente trova il suo corrispettivo nella crisi economica strutturale dell’Occidente.
Quanti però sapranno in grado di cogliere questa opportunità?

venerdì 17 gennaio 2014

Storia del nazionalismo in Ucraina


Se oggi Kiev appare divisa tra un fronte russofilo e uno filo-occidentale, è anche a causa di ciò che successe 8 secoli fa.

di Andrea Franco - Limes-Rivista di Geopolitica


In Ucraina, polemiche politiche e manifestazioni di piazza stanno polarizzando da settimane l'opinione pubblica in due fazioni contrapposte: una "filo-occidentale", l'altra "filo-russa". Le origini di tale faglia politica e culturale sono ricostruibili attraverso la storia degli avvenimenti che, dopo una genesi comune, vennero a distinguere l'elemento nazionale ucraino da quello russo.

Fu la Rus' di Kiev che nell'antichità riunì le tribù slavo-orientali(1) irradiatesi dalle paludi del Pripjat, incentrandosi per l’appunto su quella che sarebbe divenuta la capitale dell’odierna Ucraina. Il passaggio dalla “preistoria” alla luce della civiltà, per tradizione, viene fatto coincidere con il 988, anno in cui San Vladimir, dopo aver vagliato le principali tradizioni religiose del mondo coevo, decise di optare per la cristianità constantinopolitana, reputata la più adatta allo “spirito delle genti della Rus´”: in seguito al suo stesso battesimo, a quello dei suoi sudditi e della terra, avrebbe creato un vincolo sacrale fra i 3 soggetti costituenti lo Stato (autocrazia, popolo, e territorio).

Lo Scisma d’Oriente (per gli ortodossi, d’Occidente) non fece altro che suggellare la già chiara appartenenza della Rus´ alla sfera spirituale e culturale bizantina. Rispetto all’origine comune, i primi elementi di discontinuità all’interno della Rus´ sopraggiunsero nel corso del XIII secolo, quando la parte orientale dello Stato (la futura Russia) fu soggiogata dai tataro-mongoli, mentre quella occidentale (in seguito, Ucraina) subì l’invasione polacco-lituana. È con questo duplice avvenimento che si possono ravvisare le fondamenta di uno dei pregiudizi che, a partire dalla metà dell'Ottocento, avrebbe caratterizzato il sentimento anti-russo dei nazionalisti ucraini, per i quali i moscoviti sarebbero stati corrotti dai costumi “asiatici” dei loro dominatori, assunti per effetto del plurisecolare contatto con i tatari.

Sarebbe stata l’eroica resistenza offerta da Aleksandr Nevskij(2) contro gli svedesi, prima, e dai Cavalieri portaspada di Alberto da Riga, poi, a garantire la continuità dello Stato erede della Rus´. Il fulcro del potere si sarebbe trasferito più a Nord rispetto a Kiev, culla d'origine della Slavia-orientale. A partire dal 1378-80, le vittorie ottenute da Dmitrij Donskoj contro i tatari fecero di Mosca, sino a quel momento centro di minore importanza, il nuovo epicentro slavo-orientale, mentre i territori occidentali dell’antica Rus´ rimanevano parte del regno di Polonia-Lituania: i tragitti storici delle due aree slavo-orientali finirono così per divergere chiaramente.

Un ulteriore importante motivo di cesura si ebbe nel 1596, questa volta in ambito confessionale. I vertici del regno di Polonia, sino a quel momento realtà fra le più tolleranti dell’Europa del XVI secolo, decisero infatti di varare una politica tesa alla cattolicizzazione delle comunità slave-orientali site all’interno dei propri confini (le progenitrici degli odierni ucraini occidentali), con l’ausilio della Compagnia di Gesù. Per effetto di tale politica, tali genti, già cristiano-ortodosse, furono costrette (stando alla vulgata ortodossa) a riconoscere il “primato di Pietro” in cambio del mantenimento del rito slavo-bizantino(3) e del diritto a contrarre matrimonio in favore del clero secolare. Nacque così la maggiore delle Chiese uniate d'Europa, diffusasi con tale forza in Ucraina occidentale da attrarre in seguito gli strali dello zar Nicola I (nel 1839) e successivamente di Stalin (1945). L’ortodossia moscovita, elevata nel 1589 al rango di patriarcato (4), per tutta risposta creò a Kiev l'Accademia Mogiliana. Sorta come baluardo culturale a protezione dell’ortodossia, avrebbe permesso la penetrazione dell'umanesimo latino in territorio kieviano e, di qui, anche verso Mosca, secondo una declinazione mediata dagli influssi culturali polacchi. La Chiesa uniate rimane la più grande pietra di scandalo gravante sui rapporti fra Santa Sede e patriarcato di Mosca: era considerata dalla prima un'espressione di una cattolicità mai pienamente realizzata, dalla seconda uno sgradito tentativo ordito da Roma di fare proseliti in un territorio già cristianizzato da oltre un millennio. Sarebbe stata proprio l'esistenza di tale Chiesa il principale ostacolo alla missione pastorale di papa Woitiła in Russia.

Alla frattura religiosa se ne sarebbe sovrapposta un'altra, di natura politico-territoriale. Nel 1654, nel contesto delle guerre fra il Gran principato di Mosca e la Polonia, rispetto a cui il Cosaccato ucraino(5) costituiva un territorio parzialmente autonomo, Bohdan Chmielnicki sottoscrisse con Aleksej Michajlovič, secondo sovrano della dinastia Romanov, il trattato di Perejaslav, che sancì il passaggio della parte orientale(6) del Cosaccato sotto il controllo moscovita. Ancora oggi la storiografia russa, discendente in linea diretta da quella sovietica, e quella ucraina(7), di tendenze nazionaliste, si accapigliano sul significato di tale accordo: se per i primi era il compimento di un percorso ineluttabile, per i secondi non era altro che un patto fra pari sancito temporaneamente in mera funzione anti-polacca.

In seguito alla terza spartizione della Polonia (1795), l’Impero zarista acquisì anche la parte orientale delle terre polacche, ovvero la pravoberežnaja Ukraina (quella sita sulla sponda destra del fiume Dnepr), entrando così in diretto contatto con le regioni dell'Europa centrale, mentre la Galizia orientale entrava a far parte dell’Impero austro-ungarico, seguendone le sorti sino al 1918. Da quel momento, sino alla rinascita di una Polonia indipendente, gli sciovinisti polacchi avrebbero rivendicato con forza i cosiddetti kresy wschodnie (le marche orientali dell’area da essi identificata come di propria appartenenza storico-culturale), mere zapadnye krajia per l'Impero russo, regioni occidentali già appartenute alla Rus´(8), dando così vita a un contrasto ideologicamente insanabile. Per quanto riguarda i territori "piccolo-russi" (termine ottocentesco per definire i gubernija sud-occidentali, popolati in maggioranza da ucraini), non vi sarebbero stati altri sconvolgimenti sino agli anni della Rivoluzione d’ottobre e della guerra civile, che avrebbero trasformato l’Ucraina in autentico campo di battaglia.

La breve parentesi indipendentista ucraina(9) al termine della prima guerra mondiale, permessa dalla sconfitta russa e dalla pace di Brest-Litovsk con gli Imperi centrali (1918), sarebbe stata brutalmente interrotta dall'intervento dell'Armata Rossa che, nel 1922, avrebbe ricondotto l'Ucraina all'Unione Sovietica in qualità di repubblica federata, mentre la Galizia orientale, assurta a culla del nazionalismo ucraino, diveniva parte del rinato Stato polacco.

Nei primi anni della seconda guerra mondiale, sulla base del patto Molotov-Ribbentrop, i territori ucraino-occidentali e moldavi furono annessi all'Unione Sovietica sino al giugno del 1941, quando la Wehrmacht tedesca scatenò l'operazione Barbarossa. Fu solo nel 1944 che questi territori furono nuovamente “liberati” (secondo l’ottica ufficiale sovietica), nonostante l'accanita resistenza offerta dai nazionalisti dell’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) di Stepan Bandera che condussero la guerriglia sino al principio degli anni Cinquanta(10). Con la vittoria contro il nazi-fascismo, Stalin incamerò i beni della Chiesa uniate per devolverli al patriarcato di Mosca: si tratta degli stessi beni di cui i sostenitori della Chiesa dell’Ucraina occidentale si sarebbero reimpossessati nel 1991, dopo la caduta dell’Urss.

L’ultima modifica agli assetti territoriali risale al 1954, quando Nikita Chruščëv, primo segretario del Partito, cedette la Crimea alla Repubblica federativa sovietica di Ucraina, a memento dei 300 anni della (pretesa) dedizione di Chmielnicki alla Moscovia. Crollata l'Unione Sovietica, tale cessione avrebbe dato adito a una nuova contesa, dal momento che Sebastopoli era l'ancoraggio più importante per la flotta russa (già sovietica) del Mar Nero. Non meno importante, la diffusione della lingua ucraina in Crimea appariva marginale, quantomeno nei confronti di quelle preponderanti: russa e turco-tatara.


In virtù di questa storia è possibile individuare, in Ucraina, una forte polarizzazione che corre sulla base dei meridiani: nell’Est russofono (quando non autenticamente russo), la maggioranza della popolazione guarda ancora a Mosca, depositaria di formidabili legami storici, religiosi e spirituali, corroborati dai numerosi legami familiari con i russi d'oltreconfine(11). Viceversa, le regioni occidentali del paese appaiono tendenzialmente nazionaliste, ucrainofone e uniate. Il baricentro delle due aree corre lungo le anse del fiume Dnepr, che segna la zona di trapasso degli orientamenti politici e - tendenzialmente - anche fra il prevalere dell'uno o dell'altro idioma(12). Se è vero che le terre a Est del Dnepr, più la città di Kiev, sono (ri-)entrate a far parte dell’orbita russa nel 1654, è anche vero che l’ingresso nella sfera russa della pravoberežnaja Ukraina, che ha nella Volinia la sua regione principale, risale al 1795, mentre la Galizia orientale è stata annessa all’Urss solo nel 1945. La Crimea, infine, fu l’ultimo territorio entrato a farne parte, in piena guerra fredda. Questa periodizzazione è utile per determinare i diversi gradienti dell’efficacia della penetrazione della cultura e della lingua russa nello Stato ucraino: a ciò corrispondono gli orientamenti politici tendenzialmente filorussi dei cittadini delle regioni orientali(13) oppure quelli filoeuropei degli abitanti delle aree occidentali, storicamente posti in più stretto contatto (benché da posizioni spesso di subalternità) con la Polonia, l’Austria e l’Ungheria.

La partita che si è giocata a Vilnius il 28 e il 29 di novembre fra la Russia e l’Unione Europea, de facto, ha avuto come posta in palio il controllo di alcune delle repubbliche ex sovietiche e la loro inclusione nell’area d'influenza europea, piuttosto che in quella dell’Unione eurasiatica guidata dalla Federazione Russa. L’Unione Europea, già tanto gravata da pesanti problemi interni, poteva ragionevolmente sperare di estendere la propria influenza all’Ucraina, la seconda delle repubbliche ex sovietiche per potenzialità economiche e popolazione? Com’era noto a Catherine Ashton e, più in generale, ai vertici dell’Unione, sarebbe stato molto difficile riuscire a convincere Yanukovich ad accettare gli aiuti economici promessi da Bruxelles in cambio della richiesta di un rinnovamento del sistema politico per mezzo di riforme volte ad accentuare la trasparenza delle istituzioni ucraine. D’altra parte, Mosca ha potuto mettere sul tavolo la sua grande influenza geopolitica, oltre che il peso delle proprie elargizioni, specialmente in ambito energetico. Inoltre, Putin non chiedeva a Kiev di mettere mano al proprio sistema politico. Perché tanta magnanimità? Dal punto di vista del Cremlino, l’Ucraina non solo è parte del suo "estero vicino" nonché culla della nazione russa(14), ma rappresenta un considerevole mercato, peraltro estremamente recettivo nei confronti delle proprie indicazioni(15).

La situazione attuale è dunque assai complessa, anche perché l’Ucraina, in quasi tutte le analisi politiche, viene percepita come area di frizione fra la sfera d'influenza europea e quella russa. E se fosse invece considerata quale ponte funzionale all'avvicinamento fra la Federazione Russa e l’Unione Europea(16)? Magari la Russia tornerebbe a esser considerata parte dell’Europa(17), a dispetto della tradizione di pensiero eurasista che, gemmata dal pensiero slavofilo, tanto ha pervaso le coscienze dei russi. Se l'Unione Europea considerasse i rapporti con Mosca non più un fatto di ostpolitik ma di autentica politica interna - o quantomeno rientranti nell'ambito di una relazione fra soggetti apparentati, potrebbe svolgere nei confronti dell’Ucraina un’azione più attrattiva e, al contempo, renderebbe più improbabile uno scenario di spaccatura interna.


Per approfondire: La difficile partita della lingua russa in Ucraina


Note:
(1) Questo Stato era popolato prevalentemente da slavi-orientali, benché non esclusivamente: molte erano infatti le tribù finniche, in una buona misura assorbite dagli stessi slavi; inoltre, a dar credito alla “teoria normanna”, sviluppata da vari storici ottocenteschi e in particolare da Pogodin, furono i Varjagi (normanni svedesi) a fornire le élite a una società ancora esclusivamente contadina, poco articolata o stratificata da un punto di vista sociale. Gli scandinavi vennero presto assorbiti nello Stato che aveva tributato loro tanta generosa accoglienza, pur lasciarono in eredità, ad esempio, una forte influenza sull’onomastica: Oleg e il suo corrispettivo femminile Ol´ga derivano da Olaf, mentre Igor´ da Ingvar.
(2) Su questo soggetto storico, nel 1938, Ejzenštejn avrebbe per l’appunto dedicato il suo capolavoro, censurato l’anno successivo per effetto dell’avvicinamento alla Germania hitleriana imposto dal patto Molotov-Ribbentrop.
(3) Con l’introduzione, successivamente, di minime varianti, a opera dal sinodo di Zamość nel 1720; cfr.: A. M. Ammann S.J., Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, U.T.E.T., Torino, 1948, pp. 359-365.
(4) Tra l’altro, ciò comportò il superamento gerarchico da parte di Mosca nei confronti della Matropolia kieviana, rispetto alla quale in origine Mosca dipendeva.
(5) I cosacchi furono percepiti dagli storiografi e scrittori dell’Ottocento, e in particolare da Kostomarov e Ševčenko, quali progenitori degli ucraini moderni. L’immagine stereotipata del cosacco nella letteratura polacca fu essenzialmente creato da Sienkiewicz, nel suo romanzo Con il fuoco e con la spada (Ogniem i mieczem, 1884). In Sienkiewicz è molto forte il sentimento contrastante di passione e repulsione provato nei confronti dell’Ucraina; cfr.: K. Konstantynenko, La minoranza di una minoranza: gli ucraini nell’opera di Sienkiewicz, in Le minoranze come oggetto di satira, A. Pavan, G. Giraudo (a cura di), Padova, E.V.A., 2001, Vol. I, pp. 208-213. All’opposto, nella letteratura russa, la più celebre rappresentazione della figura del cosacco è quella rappresentata dal racconto gogoliano di Taras Bul´ba (1834), racconto lungo che nasce sulla base degli studi di storia ucraina condotti da Gogol´, e che ha conosciuto numerose trasposizioni cinematografiche, anche in Occidente.
(6) I territori a Est del fiume Dnepr, più la città di Kiev, che sorge lungo la sponda alla sinistra idrografica del fiume stesso. La parte occidentale del Cosaccato rimase sotto il controllo del regno di Polonia.
(7) Sostenuta da quella della diaspora canadese, un autentico potentato.
(8) Sin dal tempo della riscossa di Mosca, il potere autocratico aveva giustificato le conquiste dei territori occidentali collocandole nell’egida della “raccolta delle terre della Rus´”, pretese come slave-orientali da sempre, e perciò, per l’effetto di un corto circuito logico che il centro si concedeva, da sempre “russe”.
(9) Una mirabile rappresentazione, realizzata da un punto di vista insieme nazionale e bolscevico, delle piazze di Kiev nelle mani degli indipendentisti, si ha nel film “Arsenal”, di Oleksandr Dovženko, del 1929.
(10) Un aspro contrasto oppone ancora oggi i nazionalisti ucraini, molto forti soprattutto in Galizia, e i russi in merito alla memoria della seconda guerra mondiale, chiamata dai secondi la “grande guerra patriottica”. Echi di ciò si hanno, oltre che in ambito politico e nella discussione storiografica, anche nelle arti. Ad esempio, sul medesimo tema, sono imperniati su valori antitetici il film del regista ucraino-sovietico Boris Ivčenko “Annyčka” (1968), ligio al sistema di valori sovietico, e le opere del regista Oleksandr Jančuk, caratterizzate da un orientamento nazionalista e favorevole all’Upa come ad esempio “Neskorennyj”, del 2000.
(11) A questo proposito è esemplificativa una vignetta satirica comparsa nella stampa ucraina all’indomani del 1991: mamma e papà sono seduti in camera da letto in compagnia dei due figlioli, mentre è stato tracciato un nuovo (innaturale) confine che passa proprio per il letto; la signora chiede al marito “Ivan, è stato segnato il nuovo confine. Per quale cittadinanza opteremo, la mia o la tua?”, in A. Wilson, The Ukrainians. Unexpected Nation, New Haven and London, Yale University Press, 2000, p. 188.
(12) Va aggiunto che, nelle aree centrali, i prostonarod´e, ossia “la gente semplice”, si esprime in suržik, un dialetto avente per base il russo ma fitto di idiotismi ucraini.
(13) In questo frangente storico, alcuni fatti potrebbero contraddire tale tendenza: parte delle comunità dell’Ucraina orientale e persino alcuni magnati dell’economia, strattamente dipendenti dal gas russo, avrebbero infatti adottato un atteggiamento favorevole al movimento di opposizione “Euromajdan”; cfr.: F. Dragosei, Paura del Cremlino. Gli oligarchi ucraini scelgono l’Europa, Corriere della Sera, 13/12/2013, p. 19.
(14) Per comprendere appieno il significato del profondo legame che lega i russi al territorio ucraino, cfr.: A. Solzenicyn, La «questione russa» del secolo XX, Torino, Einaudi, 1995, pp. 98-101. È interessante notare che l’edizione italiana reca in copertina una famiglia di Gidzivka (Ucraina).
(15) Considerato il fatto che la Federazione Russa rimane di gran lunga il paese dalle relazioni commerciali più forti con l’Ucraina, va detto che il volume dei rapporti con la Polonia sta aumentando significativamente. Cfr.: A.M. Merlo, Accordo di associazione in sospeso, in “Il Manifesto”, 11/12/2013.
(16) Questione, tra l’altro, in agenda negli anni di Elcin, ma poi accantonata in seguito ai successi conseguiti da Putin nell'ambito di una politica estera prettamente eurasiatica.
(17) In termini geopoltici, la configurazione del soggetto derivato da tale associazione potrebbe essere chiamato “Paneuropa”, o “Eurussia”, cfr.: M. Armellini, L’Europa del futuro sarà Eurussia o non sarà. Le occasioni mancate del ’68 e dell’89, in L’Europa del disincanto. Dal ’68 praghese alla crisi del neoliberismo, F. Leoncini (a cura di), Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2011, pp. 151-174.

venerdì 20 dicembre 2013

In Ucraina c'è stata un'aggressione dell'occidente alla Russia.

 Fonte: l'Antidiplomatico

"L'Europa ha scelto di aprire una crisi gravissima, non considerando la storia"

di Alessandro Bianchi
(con la preziosa collaborazione del Prof. Paolo Becchi)
Intervista a Giulietto Chiesa

- La visita del presidente ucraino Yanukovich a Mosca è l'ultimo atto di una crisi che rischia di destabilizzare un paese strategicamente fondamentale. Come cambia ora la situazione?
 
Cambia completamente, vi è stata una svolta radicale. La Russia di Putin ha offerto al presidente ucraino un prestito da 15 miliardi di euro, per affrontare l'emergenza attuale, e la firma di un'intesa preliminare per diminuire il prezzo del gas a 280 dollari per mille metri cubi – circa 150-180 dollari in meno di quello che pagano gli altri paesi europei – per un risparmio complessivo di Kiev da due miliardi di dollari l'anno. Si tratta di un regalo immenso e vorrei che si misurasse la portata del gesto in modo appropriato, perché semplicemente non esiste un atto di questa portata nell'economia contemporanea. Può essere chiaramente spiegato solo come atto politico, di fratellanza, e capito a fondo solo se si comprende che Kiev è una componente essenziale della cultura e della storia russa. Con quest'offerta  Vladimir Putin sta salvando la pace internazionale. La Russia è nata in Ucraina, che è stata anche il suo baluardo difensivo durante la seconda guerra mondiale. Come si può immaginare che i russi non considerino questo un valore? L'Europa occidentale ha scelto consapevolmente, o per stupidità, di aprire una crisi gravissima, che non tiene conto della storia degli uomini. 
I russi stanno difendendo sé stessi, una parte della storia, oltre ad una parte de loro ex cittadini. Occorre non dimenticare che la maggioranza dei 48 milioni di ucraini è composta da persone di lingua e cultura russa.  Persone niente affatto nostalgiche  ma che guardano al mondo con attenzione e stanno vedendo come, dopo il collasso dell'Unione Sovietica, i russi sono stati ampiamente discriminati in Lituania, Estonia e Lettonia. In Ucraina si immaginano di dover subire a stessa sorte una volta entrati in Europa.
 
- Perché secondo Lei i dirigenti dell'Unione Europea hanno voluto forzare la situazione in Ucraina in questo modo e qual è, pertanto, l'obiettivo di fondo della strategia scelta dall'occidente?
 
La mossa occidentale punta a spaccare il paese: in una situazione in cui la maggioranza delle persone è russa e vota Yanukovich, non si poteva non sapere che si sarebbe aperta una frattura  in un paese centrale per molte ragioni, in primo luogo per la sua posizione strategica. Ora è bene che l'opinione pubblica comprenda che l'obiettivo finale di questa mossa non è l'ingresso in Europa, ma chiaramente è quello di portare l'Ucraina nella Nato. Nessuno ne parla e proprio per questo è il punto centrale. La storia, del resto, la conosciamo bene: le tre Repubbliche baltiche, oltre alla Romania e la Bulgaria, prima di entrare nell'Ue sono state inglobate nell'Alleanza atlantica. Si tratta della continuazione della politica di espansione occidentale e di accerchiamento della Russia. E’ una politica che procede da vent’anni, cominciata con Boris Yeltsin e proseguita in parte da Putin. Per vent’anni l’Occidente si è trovato di fronte una Russia cedevole, quasi del tutto colonizzata. Ha offerto in cambio protezione agli oligarchi e possibilità di ospitare nelle banche occidentali i capitali che costoro  trafugavano dalla Russia dopo averla derubata. Ma la situazione è cambiata.  Ora a Mosca c’è  un leader che non accetta più questa situazione. Nelle nuove condizioni  pensare di continuare l’accerchiamento, e anzi renderlo più soffocante, non è più un’ipotesi realistica. Qualcuno dovrebbe spiegarlo a Berlino e a Bruxelles.
Se in Europa ci fossero dirigenti amanti della pace e lungimiranti l'avrebbero capito ma, dato che là abbiamo perlopiù minus habentes che pensano di essere ancora i dominatori del pianeta, i guai diventano potenzialmente enormi.
 
- Fino a che punto il presidente russo saprà spingersi per impedire il passaggio dell'Ucraina all'altro campo?
 
Questa politica occidentale verso l'Ucraina non può essere tollerata da una Russia che si considera ora, di nuovo sovrana ed indipendente. Non abbiamo avuto un'aggressione della Russia contro l’Ucraina, ma una dell'Europa contro la Russia. Putin vuole dimostrare di avere la forza necessaria per impedire una scelta che modificherebbe 40 anni di sicurezza strategica comune, quella che prese avvio dagli accordi di Helsinki e di Parigi.  L'ingresso della Nato in Ucraina modificherebbe di fatto, in modo drastico, tutti rapporti di forza e i parametri della sicurezza comune.  L’Alleanza occidentali si troverebbe a un passo dalla capitale della Russia. 
Quello che i dirigenti europei devono capire è che semplicemente non si può fare: è una scelta non ragionevole, che azionerebbe una pericolosissima guerra fredda, in cui, tra l’altro, al contrario del passato, l'occidente non sarebbe più il dominatore. Putin ha fatto la sua mossa ed ha chiarito che non permetterà di superare questo limite.  La “grande novità” dei missili spostati a Kaliningrad è solo mistificazione: i centri militari della Nato sapevano della loro presenza da almeno uno-due anni – da quando gli Stati Uniti avevano deciso di comprare prima la Repubblica ceca e poi la Romania per far mettere nuovi sistemi radar ai confini con l'Ucraina  - ed il finto stupore di adesso vorrebbe far credere a una nuova minaccia russa maturata in questa crisi.  La spiegazione è che i russi hanno da tempo cominciato a prendere le loro misure.  
Sono stato una decina di giorni fa in Russia nel pieno della crisi di Piazza Maidan e ho visto Putin per tre giorni di seguito in televisione per annunciare nuove misure di riarmo dunque, a partire dagli otto sommergibili atomici strategici pronti per il 2020. Si sta dunque preparando una serie di misure che puntano a preparare il “passaggio di campo”. L’Occidente che dovuto arretrare in Siria e in Iran, ma riapre l’offensiva in Europa. Ma chi è che attacca? Sempre l'Occidente. La propaganda ripete il mantra della “minaccia russa”. Ma, guarda caso,  non si  ricorda mai che la Russia non è impegnata su nessun fronte ormai da 20 anni ed è presente all'estero solo nella base militare siriana. Tutto questo mentre l'Occidente - soprattutto gli Stati Uniti - è impegnato in guerre in tutto il mondo. Come si può continuare a dire che è la Russia che minaccia, quando è esattamente l'opposto? La crisi dell'Ucraina va ripensata proprio nel quadro complessivo dell'offensiva dell'Occidente. 
 
- Come giudica le visite frequenti di dirigenti europei in Ucraina a sostegno delle manifestazioni e, inoltre, cosa pensa del fatto che il senatore americano McCain da una piazza di Kiev abbia incitato apertamente alla ribellione?
 
 Per descrivere la gravità di ciò ch’è avvenuto basti pensare, come ipotesi scolastica, ad un semplice esempio. Immaginiamo che la Lega Nord in Italia raggiungesse il 40% dei voti e fosse il principale partito dell'opposizione. Potremmo noi accettare tranquillamente, senza protestare, che Francia, gran Bretagna, Stati Uniti, Bangladesh e altri inviassero a Milano decine di alti rappresentanti politici, diplomatici per incitare il Nord alla secessione? Ovvio che considereremmo un tale atteggiamento una patente provocazione e una violazione di ogni norma di correttezza internazionale. Evidente ingerenza dall’esterno negli affari interni del nostro paese. Eppure l’Europa ha fatto esattamente questo con l’Ucraina. E il senatore americano McCain

  - Come uscirà l'Europa dalla crisi ucraina?

  Ad un forum russo-europeo a cui ho partecipato recentemente a Bruxelles, una ricercatrice dell'Istituto degli affari internazionali di Mosca ha fatto un intervento illuminante per comprendere le implicazioni possibili della crisi ucraina. All'inizio pensavo fosse quasi una battuta, ma diceva cose molto serie quando ha invitato pubblicamente il presidente Putin ad assecondare le richieste di Polonia e dei paesi baltici, ripudiando finalmente il trattato Ribbentropp-Molotov, che precedette la seconda guerra mondiale. Le frontiere dell'Ucraina tornerebbero alla fase precedente, la Galizia tornerebbe in Polonia entrando in Europa, come chiede, legittimamente di poter fare. Tuttavia si creerebbe  un problemino tra due paesi europei:  infatti anche un terzo della Lituania, compresa la capitale Vilnius, tornerebbe in Polonia. Ci rendiamo conto della posta in gioco nel voler forzare la mano in questa questione? Da questa crisi l'Europa subirà inevitabilmente una grave sconfitta ed un peggioramento dei rapporti con la Russia. E' inevitabile se si continua a pagirare su questi tasti.  E la colpa sarà di politici come il presidente della Lituania e di Angela Merkel che hanno voluto forzare la rivolta.  

  - Riuscirà, secondo Lei, il presidente Yanukovich nel brevissimo periodo a destreggiarsi tra i due fuochi del progetto di Unione doganale di Putin e quello dell'Unione Europea, evitando un peggioramento della crisi?

  Non lo so. Credo che la situazione sia ancora estremamente tesa e pericolosa. Yanukovich punterà a vincere le prossime elezioni attraverso il sostegno dei russofoni. Se dall'Europa si deciderà di soffiare sul fuoco, la crisi è ad un livello tale che può preludere all'inizio di un conflitto interno all’Ucraina. Mi auguro di no, chiaramente, ma è il quadro che si delinea attraverso una forzatura prolungata della situazione. Il presidente ucraino se ne torna a Kiev da Mosca con un pacchetto di risultati considerevoli. Però, non bisogna dimenticare che – come ha reso noto Putin -  durante i colloqui non è stata affrontata la questione dell’ingresso dell’Ucraina nell'Unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakistan. Il negoziato è servito solo a fronteggiare l'emergenza e dare respiro al paese. Non è escluso che Putin abbia offerto a Yanukovich la possibilità di prendere tempo, senza forzare una decisione immediata. Si tratterebbe di una posizione ragionevole, che permetterebbe al presidente ucraino di presentarsi alle elezioni con una posizione neutrale tra i due blocchi. Una posizione accettabile sia per gli ucraini di lingua russa sia per gli altri che si sentono più vicini all'Europa. Sono stato più volte in Ucraina lo scorso anno ed ho sostenuto, in una serie di incontri ed interviste, come il paese dovrebbe prendere due provvedimenti immediati: in primo luogo, Kiev dovrebbe dichiarare che non entrerà in ogni caso nella Nato. Sarebbe  un gesto molto forte.
 
 . In secondo luogo, dovrebbe affermare che intende mantenere buoni rapporti con la Russia e con l'Europa. In seguito, dovrebbe stipulare accordi favorevoli con entrambe le due realtà doganali. Ne trarrebbe solo vantaggi, economici e politici. Perché non pensare ad un'Ucraina che per il suo passato, la sua storia, cultura e posizione, resti un paese neutrale, con un rapporto di buon vicinato con entrambi i grandi vicini? Sarebbe il tipo di politica estera che una Unione Europea ragionevole dovrebbe perseguire ed una soluzione che a Putin non dispiacerebbe.

  - Qual è la peggiore ipotesi di escalation del conflitto possibile?

  Lo scrive oggi (mercoledì, ndr) anche il New York Times: se l'Ucraina dovesse entrare nel blocco occidentale, Mosca prenderà misure di ritorsione sia militari che economiche. Ho letto una parte  delle oltre 900 pagine del documento che si sarebbe dovuto firmare a Vilnius. Prevedevano scelte molto drastiche, con  le imprese ucraine costrette a rompere qualsiasi legame con quelle russe. Tutte le esportazioni alimentari ucraine verso la Russia avrebbero avuto  seri ostacoli, in quanto l’Ucraina avrebbe dovuto cambiare il regime di tassazione, di controlli sanitari, di parametri tecnici di verifica delle merci: tutte modifiche costose a carico di ucraini e russi. Il cambio di campo dell’Ucraina modificherebbe completamente i rapporti economici e commerciali con la Russia, che sono oggi assolutamente prevalenti. Proviamo a metterci nei panni della Russia. Qualunque paese, in una tale situazione, sarebbe perfino costretto a prendere contromisure. 

  - La scelta occidentale di forzare la situazione in Ucraina può essere letta come il tentativo degli Stati Uniti di mandare un messaggio chiaro alla Russia su altri fronti, soprattutto per quel che riguarda il Medio Oriente?

   Le strategie delle grandi potenze non sono mai monodimensionali. Ci sono tanti fronti che sono aperti simultaneamente e si influenzano vicendevolmente. Magari c'è stata una certa autonomia europea in Ucraina, ma una parte della sua azione dipende da obiettivi strategici e geopolitici che gli Stati Uniti stanno perseguendo: non c'è il minimo dubbio a proposito. La teoria di Brzezinski sull'accerchiamento progressivo della Russia non è mai stata abbandonata: gli europei sono soggetti che seguono ed eseguono queste direttive. La crisi dell'Ucraina è un grande gioco sporco. Non c'era alcun bisogno in questo momento di accelerare sulla questione dell’accesso all’Unione Europea, ed esiste il rischio che anche in Georgia (che invece ha firmato) le tensioni si possano a breve accentuare.

  - L'amicizia personale di Silvio Berlusconi con Putin è stata una assoluta peculiarità nei rapporti del presidente russo con un leader europeo. Si può dire a distanza di qualche anno che i progetti energetici dell'ex premier italiano possano aver dato fastidio a qualcuno?

  Non è certo un grande statista, ma Berlusconi aveva capito che tutta la politica americana verso la Russia non era in linea con il perseguimento dei suoi obiettivi. La sua politica estera è così entrata in collisione con Washington. Come la Germania era riuscita a bypassare Polonia e le repubbliche baltiche, facendo arrivare il gas russo in modo diretto attraverso il  North Stream, il progetto di Berlusconi con il South Stream era quello di collegare il sud dell'Europa al gas russo aggirando l'Ucraina. “Un giorno l'Europa mi sarà grata perché l'energia arriverà attraverso le vie che ho aiutato ad aprire”, aveva dichiarato Berlusconi, che si candidava a divenire un partner privilegiato di lungo periodo con la Russia. Questo ha dato fastidio. Se si vuole una contrapposizione tra Russia ed Europa, si deve trovare il modo di impedire che i russi vendano il gas all'Europa. In tal modo non solo si allenta la cooperazione tra Europa e Russia, ma si costringe l’Europa a comprare l’energia che arriverà dagli Stati Uniti, nel frattempo divenuti nuovamente esportatori di gas.
 
 . Gas molto più economico di quello russo, ma proveniente dagli scisti bituminosi, che sono devastanti per il riscaldamento climatico e per gli equilibri ecologici. Più energia ai danni dell’ecosistema. E un’Europa sempre più incatenata al carro americano. Poveretti gli ucraini. 
 
 

mercoledì 18 dicembre 2013

Shale Gas

Fonte: Greenstyle.it


Il Gas di Scisto o Shale Gas è un tipo di gas metano derivato da argille ed è prodotto in giacimenti non convenzionali, situati tra i 2000 e i 4000 metri di profondità e raggiungibili attraverso tecniche di perforazioni orizzontali e fratturazioni idrauliche. L’estrazione dello Shale Gas è tornata in auge negli ultimi anni anche in Europa, tuttavia l’entusiasmo iniziale ha presto lasciato il posto ai timori derivanti dalla tecnica della fratturazione idraulica e dai rischi ambientali derivanti dall’estrazione. Durante l’estrazione il Gas di Scisto libera nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica, il gas maggiormente responsabile dell’effetto serra. Tutti gli approfondimenti e le novità sullo Shale Gas o Gas di Scisto, le ricerche ed i siti in cui viene estratto nel mondo.

Con il termine di shale gas, o gas di scisto in italiano, si intende il gas naturale intrappolato nelle rocce poco porose ad alta profondità. Si tratta di gas a tutti gli effetti, in buona parte metano, che però non si trova in un normale giacimento e, di conseguenza, non basta trivellare un pozzo tradizionale per tirarlo fuori. Per estrarlo si usano due tecniche: la trivellazione orizzontale e il fracking idraulico, anche detto hydraulic fracturing. Entrambe sono tecniche già note all’industria petrolifera da diversi anni, ma solo di recente si è scoperto che usandole insieme si può pompare dal sottosuolo il gas intrappolato negli scisti e altri idrocarburi non convenzionali.
Negli ultimi anni lo shale gas è stato il protagonista indiscusso degli scenari energetici, soprattutto negli Stati Uniti dove è partita una nuova corsa all’oro che ha portato alla trivellazione di centinaia di pozzi per estrarre gas di scisto. Per comprendere bene la questione shale gas bisogna chiedersi quanto ce ne sia e dove nel mondo, quali ripercussioni sull’ambiente possano avere le trivellazioni orizzontali e il fracking e quale impatto sulle politiche di riduzione delle emissioni di CO2 avrà lo sviluppo di questo gas.

Shale gas: dove e quanto

Una vera e propria mappa dello shale gas non esiste. Rispetto al gas convenzionale, contenuto in una sacca naturale sotto terra, il gas di scisto è difficile da quantificare finché non lo si estrae. Essendo intrappolato nella roccia, infatti, è quasi impossibile avere una fotografia realistica di quanto gas contenga un giacimento di shale gas. Le stime dell’Unione europea parlano di circa 450 trilioni di metri cubi, cioè 450.000 miliardi, a livello mondiale.
Se fossero confermate e se tutto lo shale gas del mondo fosse a disposizione dell’Italia il nostro paese, al consumo annuale attuale di 80 miliardi di metri cubi (cioè circa quanto shale gas hanno prodotto gli Stati Uniti nel 2009), ne avrebbe per oltre 5.600 anni. Ma, come abbiamo già visto, è difficile dire se queste stime siano realistiche o errate, in eccesso o in difetto. In ogni caso, in Europa, di shale gas ce n’è relativamente poco. Come mostrano i dati del Joint Research Centre (JRC) dell’Ue:
  • Nord America = 108.3;
  • America Latina e Caraibi = 59.7;
  • Europa occidentale = 14.4;
  • Europa centrale e orientale = 1.1;
  • Ex Unione Sovietica = 17.7;
  • Medio Oriente e Nord Africa  = 71.8;
  • Africa sub-sahariana = 7.7;
  • Asia centrale e Cina = 99.4;
  • Asia meridionale = 65.2;
  • Asia pacifica = 8.8.
L’Europa avrebbe a disposizione 14.400 miliardi di metri cubi di gas di scisto, a fronte di un consumo annuale di circa 500 miliardi di metri cubi. Consumando solo shale gas europeo il vecchio continente avrebbe meno di 29 anni di autonomia. In realtà non c’è solo lo shale gas: c’è anche il gas convenzionale, sia estratto in loco che importato dall’estero. Soprattutto ex Unione Sovietica e Medio Oriente. Nel 2009 l’Europa (considerata solo come UE a 27) ha prodotto poco più di 150 miliardi di metri cubi di gas, circa il 45% dei suoi consumi, e tutto il resto lo ha importato:
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Va notato, però, che produrre shale gas non è sempre conveniente. L’estrazione degli idrocarburi non convenzionali, mediamente, diventa economicamente sostenibile solo quando il barile di petrolio supera i 70 dollari. Il prezzo del gas, quasi sempre, è collegato a quello del petrolio. Spremere gli scisti, quindi, conviene solo finché il prezzo del petrolio è alto come negli ultimi anni. Si stima che l’industria del petrolio, a livello mondiale, abbia speso circa 1,5 trilioni di dollari negli ultimi tre anni (500 miliardi l’anno) in studi geologici, nuova strumentazione e attrezzature necessarie a estrarre idrocarburi non convenzionali. Nessuno lo dice, ma se la benzina è a due euro è anche per questo.

Trivellazioni orizzontali e fracking

Il motivo per cui lo shale gas è tanto contestato è sintetizzabile in queste due parole. L’accoppiata tra le trivellazioni orizzontali e il fracking idraulico, infatti, oltre a permettere l’estrazione di questo gas è fortemente sospettata di causare danni (o quanto meno seri rischi) al sottosuolo. Capire come funziona il processo aiuta a comprendere i rischi. In un pozzo tradizionale la trivella scende in verticale, accompagnata da grandi quantità di fluido di trivellazione che diminuisce l’attrito, raffredda l’attrezzatura e tiene in pressione il pozzo.
Solitamente la trivella, nella prima parte del suo percorso, attraversa una o più falde acquifere e per questo si usa la tecnica del “casing”. Una sorta di cappotto di acciaio e cemento inserito nel pozzo per renderlo a tenuta stagna e impedire che il petrolio, il gas o il fluido di trivellazione entrino a contatto con l’acqua dolce destinata all’uso umano inquinandola gravemente. Per estrarre lo shale gas a tutto questo si aggiunge una seconda e una terza fase. Una volta fatto il buco in verticale la trivella viene fatta progressivamente deviare finché non si trova a lavorare in orizzontale, rispetto al piano del terreno, in direzione del giacimento roccioso.
Una volta raggiunto lo scisto si inserisce dell’esplosivo nel canale scavato dalla trivella, al fine di fratturare la roccia creando delle grosse fessure. Fatto ciò si pompa ad alta pressione dell’acqua con sabbia e agenti chimici al fine di microfratturare ulteriormente lo scisto e liberare il gas che contiene. Questa procedura viene ripetuta più volte facendo procedere a passo di gambero la trivella, facendo più esplosioni e più pompaggi per ogni condotto. E, dalla trivellazione verticale, si procede a fare altre deviazioni orizzontali in modo da fratturare il più possibile la roccia.
 n questo modo, da un solo pozzo visibile in superficie, si possono realizzare anche dieci vie d’uscita per il gas. Ognuna delle quali comporta varie cariche di esplosivo e conseguente pompaggio del fluido.

Rischi potenziali del fracking

Il fracking ha ricevuto, e continua a ricevere, numerose critiche a causa dei rischi che comporta e dei potenziali pericoli per l’uomo e per l’ambiente. Il primo rischio deriva dalla fratturazione del sottosuolo, che può renderlo instabile e che spesso e volentieri causa terremoti fino al grado 3,6 della scala Richter. Non sono scosse di grande entità, ma è chiaramente un segno che qualcosa, sotto terra, si muove e sfugge al controllo dell’uomo.
Altro rischio deriva dal mix di sostanze utilizzato per confezionare il fluido da pompare nelle fessure della roccia per aprirle e fare uscire il gas. Di solito è formato al 99,5% da acqua e sabbia, ma nel restante 0,5% sono contenute sostanze chimiche che possono essere pericolose per la salute:
  • Acido idrocloridico;
  • Acido muriatico;
  • Glutaraldehyde;
  • Persolfato di ammonio;
  • N,N-dimethyl formaldeide;
  • Distillato di petrolio;
  • Etilidrossietilcellulosa;
  • Acido citrico;
  • Cloruro di potassio;
  • Carbonato di sodio o di potassio;
  • Glicoletilene;
  • Isopropanolo.
Si può facilmente intuire che alcune di queste sostanze sono innocue, mentre altre estremamente pericolose. C’è poi il rischio radiazioni, dovuto alla possibilità (abitudine, negli Stati Uniti) che venga inserita una barretta di materiale radioattivo all’interno del pozzo al fine di tracciare le fessure create nella roccia e capire se siano o meno sufficienti a fare uscire il gas. Infine, c’è la possibilità che durante le operazioni di trivellazione e di estrazione del gas avvenga la contaminazione delle falde acquifere, sia superficiali che profonde.
Ciò è dovuto al fatto che durante la sua discesa nelle viscere della terra la trivella incrocia spesso delle vene d’acqua dolce che, a sua volta, può entrare in contatto con i fanghi di trivellazione, col fluido usato per il fracking e con lo stesso gas naturale. E questo è l’aspetto più inquietante perché le fughe di metano nell’acqua sembrano molto diffuse nelle zone dove si estrae lo shale gas. Come dimostrano i numerosi video pubblicati su YouTube da comuni cittadini americani che, avvicinando un fiammifero o un accendino al rubinetto del lavandino scoprono di avere un lanciafiamme in casa.

Le multinazionali del petrolio e del gas di solito rispondono a questa critica affermando che il fenomeno è impossibile perché il pozzo trivellato viene cementato con la tecnica del casing, che abbiamo già descritto. Ma ciò sarebbe vero solo in un pozzo tradizionale, non nel caso del fracking e delle trivellazioni orizzontali: il gas metano, come tutti i gas, non viaggia in orizzontale ma in verticale e, una volta liberato dalla roccia dove era imprigionato da millenni, va dove trova strada.
Avendo l’uomo spaccato il sottosuolo, prima compatto, non è mai possibile escludere che il metano trovi una via per salire in verticale verso la superficie terrestre incontrando, eventualmente, una falda acquifera. E dalla falda al rubinetto il passo è breve.

Gli impatti sul clima del gas di scisto

C’è poi il problema dell’impatto che lo shale gas ha sul clima. Il primo problema deriva dalle stesse fuoriuscite di gas metano, che è un gas con un potenziale di global warming decine di volte superiore rispetto alla CO2. Il secondo problema è comune anche alle estrazioni di gas convenzionale: la pratica del flaring. Con questo termine si intende l’uso di bruciare il gas in eccesso uscito dal pozzo al fine di far sfogare i picchi di pressione ed evitare esplosioni.
Il gas in eccesso viene bruciato a canna libera, senza alcun filtro e direttamente in atmosfera. Secondo i dati della Banca Mondiale, riportati da Reuters, a causa del boom dello shale gas negli Stati Uniti le emissioni legate al flaring nel 2011 sono cresciute del 4,5% rispetto al 2010. Tutto ciò è stato ammesso persino da Rex Tillerson, il CEO di Exxon Mobil.

Conclusioni

Per terminare questa carrellata sul gas di scisto non resta che ricordare come lo shale gas è riuscito, in un solo anno, a far crollare il prezzo del gas mettendolo in diretta competizione con il carbone. Non è raro, infatti, sentire i fan degli scisti affermare che questo gas è il combustibile d’elezione per sostituire il carbone con un conseguente impatto positivo anche sulle emissioni di CO2. Dal punto di vista matematico, in effetti, sostituendo il 100% del carbone usato nel mondo per la generazione elettrica con lo shale gas ci sarebbe un calo della CO2 emessa.
Da un punto di vista macroeconomico e politico, invece, è interessante l’analisi dell’ENEA italiana che mette in luce come puntare sul gas di scisto non fa altro che distogliere l’attenzione dalle rinnovabili. Analisi attendibile perché riporta i dati contenuti nello special report della IEA sul gas non convenzionale “Golden Rules for a Golden Age of Gas“. Ogni eventuale spinta verso lo shale gas, in ogni caso, dovrebbe essere ponderata dopo aver letto il rapporto dell’Unione europea sui suoi potenziali rischi.