martedì 23 dicembre 2014

Cuba, futuro al bivio tra conquista capitalista e riconquista cattolica: colonia Usa o protettorato Vaticano?

Fonte:L'Huffington Post

di Piero Schiavazzi



Come molti allievi dei gesuiti, Castro ha perso la fede ma è rimasto “Fidel” al Papa. Quando al culmine della rivoluzione cancellò il Natale, non chiuse però la nunziatura. Sfrattando Dio dal calendario ma conservando ai suoi emissari un posto nello stradario. Che a differenza delle rampe sovietiche non è stato mai rimosso. Per lanciare il suoi “missili” al momento giusto.
Se il mondo esalta in queste ore le virtù del triangolo Washington - Vaticano - L’Avana, sullo sfondo risalta invece, sin d’ora, il tratto geometrico di un confronto a due: tra il Papato e l’Impero. Dove Cuba si consegnò a Francesco per non soccombere. Salvando mezzo secolo di battaglie. Mentre Obama, il liberal, si rassegnò a trattare con Bergoglio, il libertador. Per non perdere la metà del Continente, che in lui avverte l’impeto trascinante di Bolivar e, in incognito, il fascino magnetico di Guevara. Come si addice a un Papa che inneggia profetico alla “Patria Grande” e incita i poveri alle lotte sociali: “Continuate con la vostra lotta. Fate bene a tutti noi”. Versione ecclesiale del celebre “Hasta la victoria siempre”.
“In articulo mortis” il regime ha battezzato una revolución asfittica per consunzione e asfissiata dalle sanzioni: assicurandole la vita eterna dei libri di storia, insieme a una uscita onorevole dalla scena. Il líder maximo, al massimo del paradosso, ha scelto quale erede il pontefice sommo. L’unico a disporre di un sogno alternativo ai brand e al business dell’American Way, da Wall Street alla Coca – Cola, che già si apprestano a sbarcare in forze. Il solo a proporre il disegno di una società egualitaria, sull’orizzonte del millennio, oltre le novanta miglia che separano l’isola da Key West: come dire la chiave dell’Occidente e le chiavi del Regno dei Cieli. Meglio annessi da Roma che assorbiti dagli USA. “Todos americanos”, nello spagnolo di Buenos Aires, non significa necessariamente “todos capitalistas”.
È la prima volta in due secoli di dottrina Monroe che l’America Latina, di fronte al potente vicino settentrionale, si rapporta univocamente attraverso la voce di un solo leader, privo di complessi d’inferiorità e dotato della stessa statura internazionale, colmando un antico divario psicologico. Non solo Cuba quindi, ma un moto di autostima che dal Messico raggiunge Capo Horn. Novità che Barack Obama ha percepito subito, nel suo faccia a faccia con Francesco del 27 marzo, regolandosi di conseguenza. In un singolare rovesciamento anagrafico: tra un vecchio pontefice in folgorante ascesa e un giovane presidente al principio della discesa. In cerca di un tramonto luminoso.
Con l’ingresso di Bergoglio il Vaticano è diventato, in certo senso, la “Casa Bianca” del Sudamerica: il simbolo unitario, fisicamente centralizzato e spiritualmente globalizzato, che mancava per sentirsi, e sedersi, alla pari con i gringos. 
Coloro che avevano visto nel trasloco a Santa Marta una manifestazione di umiltà estrema, ne colgono adesso il risvolto e l’ambizione suprema. Dopo diciotto mesi senza inquilino, il Palazzo Apostolico ha ritrovato destinazione d’uso e vocazione, in veste di “Onu pro tempore”. Passando dalla guerra segreta di Vatileaks ai segreti di una trattativa di pace, dove i governi si confessano e assolvono a vicenda.
Sul piano geopolitico in definitiva il conclave si è chiuso oggi, estendendo ai Caraibi, dal microcosmo della Sistina, la saldatura ortopedica fra il Nord e il Sud che aveva condotto all’elezione di Francesco: il Papa è “un esempio di come il mondo dovrebbe essere”, ha chiosato a riguardo il Presidente, ben consapevole tuttavia che non sarebbe un mondo a stelle e strisce.
Eletto con il voto decisivo dei cardinali yankee, Bergoglio non ha ricambiato eleggendo a modello il Washington Consensus. Mai, come abbiamo scritto, un pontefice era sembrato tanto vicino e lontano al tempo stesso. Provenendo dal medesimo emisfero e contestualmente da quello opposto: sudista prima che occidentale. Teorico di una democrazia sostanziale, fondata sul popolo e garantita dallo stato sociale, in luogo di quella formale, centrata sull’individuo e sequestrata dai poteri forti.
Se Giovanni Paolo II, nel 1997, aveva restituito il Natale ai cubani, Francesco in aggiunta gli ha fatto trovare l’America sotto l’albero. Un dono “a sorpresa” per l’isola, nel senso più ampio e ambivalente del termine. Al bivio tra un futuro di colonia USA o di “protettorato” vaticano. Terra di assai probabile conquista del capitalismo e delle sette protestanti, ma anche di una possibile riconquista cattolica. Da cui rilanciare il mito della terza via e del mondo “come dovrebbe essere”.

sabato 23 agosto 2014

In questa guerra degli orrori io scelgo quelli dell'Isis, di Massimo Fini

Ma è mai possibile che in Italia appena uno pone una questione un po’ seria, anche se scomoda, debba essere sommerso dal coro di indignazione bipartisan come sta capitando al deputato Cinquestelle Alessandro Di Battista (‘abominevole’, ‘pericoloso’, ‘ignorante’, ‘nemico interno’ fino al ‘minchione’ appioppatogli da Francesco Merlo)? Eppure Di Battista affronta un nodo cruciale per capire la nascita, la crescita e l’affermarsi del radicalismo islamico: di fronte a un nemico invisibile o irraggiungibile, perché ti bombarda con robot teleguidati da migliaia di chilometri di distanza o con caccia che, senza una contraerea, non possono essere colpiti, che cosa resta a una resistenza? O subire passivamente o darsi al terrorismo. La questione non è nuova e prende il nome di ‘guerra asimmetrica’ che si ha quando la sproporzione tecnologica degli armamenti fra due contendenti è tale che uno può colpire e l’altro solo subire o opporsi col proprio corpo. Tutte le guerre occidentali degli ultimi anni sono state ‘asimmetriche’ e hanno incoraggiato anzi imposto metodi terroristi ai nostri avversari.
La prima fu in Afghanistan. Gli afgani, storicamente, non sono mai stati terroristi, tantomeno kamikaze. Il terrorismo è estraneo alla loro tradizione. Sono dei guerriglieri, che è cosa diversa. Nel 2006 ci fu un’importante riunione fra i comandanti talebani e il Mullah Omar. I comandanti dissero, pressappoco, al loro leader: “Guarda che noi non possiamo combattere solo con le tecniche della guerriglia. Come ingaggiamo uno scontro arrivano i bombardieri della Nato e per un nemico che uccidiamo perdiamo quindici uomini. Non è possibile andare avanti così.” Chiesero quindi al Mullah l’autorizzazione ad utilizzare anche il terrorismo. Omar, sulle prime, era contrario. Per due motivi. Perché, appunto, il terrorismo è estraneo alla cultura afgana e a lui, custode fanatico della tradizione del suo Paese, la cosa non piaceva. Il secondo motivo era molto più pragmatico. L’attentato terrorista, anche se mirato a obbiettivi militari o politici, provoca inevitabilmente anche vittime civili. E a tutto avevano interesse i Talebani tranne che a inimicarsi la popolazione sul cui appoggio si sostengono. Ma alla fine dovette cedere di fronte all’evidenza.  Nacque così il terrorismo interno afgano.
Noi oggi ci scandalizziamo per la ferocia dei guerriglieri dell’Isis (che chiamiamo ‘terroristi’ perché tutti coloro che ci combattono sono, ai nostri occhi, terroristi, solo noi non lo siamo) che mozzano le teste ai nemici e uccidono anche i bambini (che li seppelliscano vivi mi sembra una leggenda propagandistica tipo quella d’antan che voleva che i comunisti mangiassero i bambini). Ma nella prima guerra del Golfo, nel 1990, i bombardamenti americani hanno ucciso 160 mila civili, fra cui 39.812 donne e 32.195 bambini (dati al di sopra di ogni sospetto: del Pentagono) che non sono meno bambini dei bambini curdi e sciiti o dei nostri bambini. Ma nessuno, in Occidente, si scandalizzò. Se devo scegliere in questa guerra degli orrori scelgo quelli dell’Isis. Perché perlomeno il guerrigliero si implica personalmente, mentre il pilota che telecomanda il drone da Nellis nel Nevada non corre alcun rischio e, dopo aver fatto la sua bella strage, se ne torna a casa dove la sua linda mogliettina americana gli ha preparato una cenetta.
Ci scandalizziamo, oggi, per la persecuzione degli yazidi. Gli yazidi, sia pur di religione sufi, sono curdi iracheni. E per dieci anni la Turchia e Saddam Hussein, in combutta fra di loro, hanno massacrato i curdi iracheni, e quindi anche gli yazidi, la prima col pieno appoggio degli americani che han sempre temuto che l’indipendentismo curdo-iracheno innescasse quello dei curdi di Turchia, la loro grande alleata nella regione (in Turchia i curdi sono 12 milioni), il secondo foraggiato direttamente dagli Stati Uniti che gli fornirono anche le famose ‘armi di distruzione di massa’ in funzione antiraniana e , appunto, anticurda. Ma in Occidente tutti facevano orecchio da mercante. Quando ci fu, nel 1989, la strage nel villaggio di Halabya (5000 curdi ‘gasati’ in un sol colpo) diedi la notizia sull’’Europeo’. Ma nessuno, almeno in Italia, la riprese. Saddam era un amico.
Nel suo ‘excursus’ storico, tutt’altro che ‘scombiccherato’ come scrive Merlo, Di Battista ricorda che è dal 1920 che gli occidentali, prima gli inglesi e i francesi, poi anche gli americani, fanno il bello e il cattivo tempo in Medio Oriente e altrove. Proprio l’Iraq è una creazione cervellotica degli inglesi che nel 1930 misero insieme in uno Stato tre comunità che non avevano niente a che vedere fra loro: curdi, sunniti e sciiti. Ma rimaniamo a tempi più recenti. Sono quindici anni che l’Occidente democratico è all’attacco del mondo arabo-musulmano. Nel 2001 c’è stata l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan che ha provocato una guerra che dura da quattordici anni, la più lunga degli ultimi secoli, e un numero di vittime civili incalcolabile, incalcolabile in quanto non calcolato perché degli afgani, non essendo arabi né tantomeno cristiani o ebrei, si può fare carne di porco. I Talebani dopo aver sconfitto i ‘signori della guerra’ e posto fine alla guerra civile avevano riportato l’ordine e la legge, sia pur una dura legge, nel Paese. Ma non erano democratici e quindi andavano spazzati via.
Nel 2003 c’è stata l’invasione e occupazione dell’Iraq che ha provocato, direttamente o indirettamente, dai 650 ai 750 mila morti. Ma Saddam, che avevamo sostenuto per vent’anni, era un dittatore che non ci piaceva più. L’Iraq doveva diventare democratico. Dopo che gli americani se ne sono andati è scoppiata la guerra civile tra sunniti e sciiti. C’erano centinaia di morti alla settimana, però la cosa ai sensibili democratici occidentali non interessava più. Eppure è proprio da quella situazione, combinata col conflitto siriano, che nasce l’Isis, una sorta di internazionale del radicalismo islamico dove, oltre a iracheni e siriani, convergono libici, libanesi, somali e anche europei. Ma della pericolosità dell’Isis i democratici occidentali, impegnati in altri affari, non si sono resi conto. Io la denunciavo già in un articolo sul ‘Fatto’ del 21 giugno: “Guerra in Iraq: trappola per l’Occidente”. Le ‘teste d’uovo’ occidentali (e anche papa Bergoglio) se ne sono accorte solo un paio di settimane fa.
Nel 2006/2007 c’è stato l’attacco, per interposta Etiopia, alla Somalia dove le Corti Islamiche (una sorta di talebani africani) avevano sconfitto i ‘signori della guerra’ locali e come in Afghanistan riportato l’ordine e la legge, sia pur una dura legge, in quel Paese. Ma le Corti non erano democratiche. Dovevano essere eliminate. Ora la Somalia è in piena guerra civile.
Nel 2011 c’è stato l’attacco alla Libia del  dittatore Gheddafi, con cui avevamo fornicato fino al giorno prima. Ma bisognava portare la democrazia anche in quel Paese. E adesso la Libia è nel caos più totale.
Il fatto è che l’Occidente democratico dopo aver sconfitto i totalitarismi del Novecento è diventato a sua volta totalitario e pretende di esportare i propri valori, la propria ‘way of life’ e soprattutto il proprio modello economico in tutto l’universo mondo. E’ quello che in un libro fortunato, ho chiamato ‘Il vizio oscuro dell’Occidente’. Ed è proprio questa pretesa di omologazione universale, questa pressione ossessiva, militare, economica, ideologica, culturale (la donna musulmana deve assimilarsi a quella occidentale, eccetera) che evoca un radicalismo islamico che reagisce con un ideologismo altrettanto totalitario. Anche un musulmano moderato a furia di sentirsi incalzato dall’Occidente diventa un estremista.
In quanto alla maestrina Merlo, grande esperto di geopolitica benché non si sia mai letto un suo reportage dall’estero, vorrei che ci spiegasse perché definire i curdi, gli sciiti e i sunniti tre comunità profondamente diverse fra loro sia un ‘errore da matita blu’. Attendiamo ulteriori lezioni.
Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2014
Massimo Fini

venerdì 27 giugno 2014

Grande guerra: lo spirito d'Europa


di MARIO FIORIN
Questa settimana a Sarajevo il clou degli eventi sul centenario dall'attentato di Sarajevo. Abbiamo incontrato Egidio Ivetić, che insegna storia dell'Europa orientale all'Università di Padova
A Sarajevo sono in programma diverse iniziative in occasione del centenario dell'attentato di Sarajevo. Vi sono pareri critici sul programma, in particolare per il timore che vengano enfatizzati gli aspetti celebrativi...
Una premessa: sull’interpretazione del 28 giugno si è scritto parecchio negli anni ’50-’60, in quanto vi si è visto l’origine della guerra che ha poi portato alla nascita della Jugoslavia. Poi, col tempo, l’interesse si è sopito e il tema della Prima guerra mondiale è stato marginale nel dibattito pubblico.
In Croazia ad esempio non vi è alcun interesse. La Bosnia Erzegovina invece è stata investita da queste celebrazioni e qualche libro uscito di recente ha nuovamente fatto emergere la tesi su una presunta responsabilità da parte della Serbia, per aver armato i giovani che hanno compiuto l’attentato, collegando poi queste responsabilità a quelle relative agli anni ’90. Francamente mi trovo scettico in merito, non trovo nessuna relazione.

Dossier 

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1914-2014, centenario dall'inizio della Grande guerra. OBC propone in un  dossier approfondimenti, analisi, interviste. Per seguire il dibattito nei Balcani e in Europa. Per contribuire a non dimenticare la generazione perduta.
In generale, nel ricordare il centenario dell’attentato, c’è un rifiorire di stereotipi: Balcani come zona in ebollizione, la polveriera d’Europa. Un altro aspetto importante: l'accalcarsi di tante iniziative rischia di essere vissuto anche come un’intrusione da parte dei cittadini di Sarajevo.
A livello europeo vi è una riflessione sul ’14 ma che prescinde dalla riflessione sui venticinque anni dalla fine dei regimi dell’Est, e su cosa questo ha significato per quell’Europa che si è cercato di costruire nel Novecento.
Vi è quindi il rischio di soffermarsi su un singolo episodio, in un singolo luogo, senza allargare lo sguardo?
L’evento del 28 giugno 1914 fa parte della narrazione, dell’identità e identificazione culturale europea. Non c’è manuale di storia dove non si parli dell’assassinio. Però riportarlo all'interno di una narrazione dove viene identificata una “zona da cui viene fuori il male” non mi pare il caso; c’è anche attualmente una zona di forte crisi, una zona di frattura o “faglia”, che è l’Ucraina, però nessuno parla di una “zona da cui viene il male”.
Bisogna aggiustare la prospettiva: i Balcani sono stati un'area dove si sono scaricate le tensioni europee. La Prima guerra mondiale è di fatto la terza guerra balcanica; soprattutto dopo il 1908 vi fu un convergere di pressioni, perché si era rotto l’equilibrio tra Russia ed Austria-Ungheria e la situazione cominciò a peggiorare drasticamente. L’equilibrio non si è rotto a causa dell’attentato, ma la rottura era già nell’aria. C’erano tutte le precondizioni per la guerra.
Su Gavrilo Princip vi sono pareri discordi, accentuati in occasione del centenario. Ci può essere una lettura condivisa sugli eventi e sulla sua figura?
Quello del ’14 non fu il primo attentato contro un sovrano o un membro di una casa reale: nel 1881 era stato ucciso lo zar, nel 1900 Bresci aveva assassinato Umberto I. Nel 1910 uno studente serbo/bosniaco aveva sparato a Zagabria contro il Governatore della Croazia senza ucciderlo, e poi si era suicidato. Il giovane era divenuto un eroe: l’eroe della gioventù jugoslavista. C’era stato un secondo attentato nell’autunno del ’13, come conseguenza dell’euforia delle vittorie serbe. Anche in questa occasione nessuno aveva perso la vita, però il gesto aveva avuto una grande eco.
A quel punto gli aderenti alla Giovane Bosnia, che oscillava tra un’idea di rivoluzione culturale e intenzioni terroristiche, cominciarono a progettare qualcosa. A differenza di altri attentati, che erano stati compiuti da una sola persona, quello del ‘14 fu programmato da un gruppo - tra l’altro, era un musulmano quello che procurò le armi - e da lì è forse nata l'idea che si sia trattato di un complotto.
Gli aderenti alla Giovane Bosnia avevano un’idea di Jugoslavia. Comunque vi era un collegamento, anche se non netto, con l’organizzazione segreta degli ufficiali serbi “La mano nera”, quella che stava dietro l’atroce assassinio del re di Serbia Alessandro Obrenović nel 1903. Non è dimostrato però che si sia trattato di un complotto, organizzato o sostenuto dalla Serbia.
Princip disse in prigione che aveva ammazzato Francesco Ferdinando, tra l’altro, perché pensava che quest'ultimo potesse creare una soluzione “trialista”. Ma questa era solo propaganda: attorno a Francesco Ferdinando giravano infatti voci secondo le quali, una volta diventato imperatore, avrebbe concesso dei privilegi, delle autonomie, una sistemazione che prevedesse una sorta di Jugoslavia asburgica. Quindi è stato affermato che questi ragazzi - erano poco più che liceali - abbiano sparato anche perché si opponevano a una soluzione del genere, volendo invece una soluzione massimalista, cioè la disgregazione dell’Austria-Ungheria e la creazione di uno stato slavo-meridionale (jugoslavo) a direzione serba.
In questa rozza revisione dei fatti si dimentica però che in quel momento la Serbia aveva una politica assolutamente balcanica, che non guardava a occidente. Tutta la concentrazione era rivolta verso il meridione per due obiettivi. Primo: integrare i territori che aveva appena acquisito. Secondo: trovare uno sbocco marittimo, però nel meridione, cioè nella zona di Ragusa, oppure a Lezhë, a sud di Scutari.
Qualche pubblicazione, anche ora, torna su questa tesi. Nello spazio direttamente coinvolto, cioè la ex Jugoslavia, è però da ribadire un disinteresse totale in questo momento sulla questione, se non da parte degli storici serbi, intenti a rigettare qualsiasi tesi delle responsabilità della Serbia, che a me sembrano assolutamente prive di significato.
Per cogliere il “significato” di quanto avvenne a Sarajevo non vi sono più soltanto gli storici, ma c’è il mondo della cultura in generale, c’è la politica. Quali riflessioni si possono trarre nell’occasione della ricorrenza del centenario?
Io credo che il centenario sia un avvenimento, non solo per l’area balcanica, ma di portata europea e di conseguenza occorre una grande riflessione europea, ma non tanto sull’attentato o su chi ha armato gli attentatori. Dopo l’attentato vi fu un “effetto domino” perché vennero al pettine in due-tre giorni tutti i nodi della politica europea dei cinquant’anni precedenti.
In sintesi dobbiamo soprattutto riflettere su che cos’era l’Europa nel’14. Esaminando il clima politico europeo, maturato dal 1908 in poi, credo ci fosse una tendenza all’autodistruzione. Era un'Europa declinata per imperi e nazioni e non vi era alcuno spirito europeo.
Gli avvenimenti del ’14 e la Prima guerra mondiale possono essere visti in rapporto alla situazione attuale, per trarre delle lezioni dal passato? O vi è il rischio, quando si guarda al passato con l’occhio rivolto al presente, che si vada a deformare quella che era la situazione storica?
Ricordo quello che mi hanno insegnato a scuola da bambino: Historia magistra vitae . Per anni, personalmente ero scettico. Ero scettico anche durante le guerre jugoslave. Adesso come adesso, posso dire: guardando gli ultimi cent’anni, il primo insegnamento è che non bisogna ripetere e non bisogna sottovalutare la scelta bellica: un percorso di pace è sempre meglio di un percorso di guerra.
Secondo insegnamento: bisogna guardare a questi accadimenti nel loro sviluppo temporale, per non ripetere gli errori e per costruire una visione storica, cioè avere un’idea verso il futuro che deriva da una prospettiva storica.
L’interesse per le cosiddette visioni storiche è scemato anche perché alcune di queste erano il nerbo di regimi totalitari che hanno portato alle carneficine della Seconda guerra mondiale. Il decostruzionismo ha appunto decostruito il concetto di visione storica. Ma oggi ci troviamo di fronte a una Russia che sta lavorando sulla propria visione storica. Anche gli americani vivono di narrazione. Noi europei non abbiamo invece alcuna narrazione comune. Eppure ce n'è bisogno e nel caso europeo la narrazione credo possa derivare dalla giusta considerazione di tutte le opzioni possibili.
Lei sostiene che nel ‘14 si sono scaricate sui Balcani le tensioni europee, mentre negli anni ’90 le tensioni erano tutte interne alla (ex) Jugoslavia. Tensioni che non sono sopite... 
Quando un sistema federale è messo sotto pressione economica, le varie unità cercano di venirne fuori da sole, cercano sbocchi alternativi. Cosa del resto non del tutto estranea all'Europa di oggi. Il Regno Unito, con grossi problemi interni, sta tentando la strada di un riposizionamento globale. In questo non gli interessa l'Europa. Inoltre in seno all’Europa è evidente la divisione nord/sud. Una partizione che è un cliché che si ripete: c’era nella Jugoslavia, dove le élite hanno scaricato questa tensione puntando sul nazionalismo.
Ma quale atteggiamento verso i Balcani, cosa ci si può aspettare dalle istituzioni europee?
Si rimarrà nell'ambito delle più classiche dinamiche dell’integrazione europea, cioè: prendiamoli dentro, e poi vediamo cosa esce fuori.
E l’Europa, messa come sappiamo, è in grado di fare questo?
No. Anche l’integrazione di Romania e Bulgaria non si è pienamente realizzata. Sono arrivati tardi, poi è cominciata la crisi del 2008. Nell’Europa di oggi poi oltre alla dicotomia nord/sud, vi è un sud-est con problematiche molto complesse.
Sono purtroppo scettico, non credo molto nell’integrazione. Ad esempio in Serbia, paese in coda per l'ingresso, si presentano dinamiche interne molto complesse che prima non c’erano: criminalità organizzata, mafie trasversali tra Kosovo, Serbia e Montenegro. Questa è la situazione locale. E a fronte di questo nei paesi Ue non c’è più uno spirito favorevole all’integrazione. Si tende a dire, sono problemi loro.
Poi ci sono altri elementi su cui riflettere. Una notizia recente: ai primi di giugno, su iniziativa europea, è stata bloccata la costruzione del South Stream, il gasdotto che doveva passare per il Mar Nero e la Bulgaria e doveva fare della Serbia il centro di distribuzione del gas russo. È stato sostituito da un progetto che costa sei volte di meno: una condotta che va dall’Azerbaijan e passa per Turchia, Grecia, Albania, e va verso nord lungo la dorsale adriatica. La Croazia diventerà così il centro di questo nuovo flusso, tagliando fuori Serbia e Bulgaria.
Vi è quindi una ridefinizione dell’Europa attraverso la prospettiva di autosufficienza energetica. E' questa la questione politica più importante per l’Europa dei giorni nostri.
Quindi avremo ancora una situazione in cui c’è chi sta al di qua e chi sta al di là?
È interessante notare come la Croazia, che era periferia, con la scelta relativa al South Stream diviene un nodo energetico cruciale, si può dire divenga occidente. La Serbia, che doveva seguire quel destino, rischia di venir tagliata fuori.
La Croazia, secondo me, è ormai il litorale d’Europa. Da Bratislava all’Istria ci sono sei ore, da Vienna cinque, da Monaco sei, da Praga e Cracovia sette-otto. Ed è uno degli elementi cruciali nel processo molto dinamico di ridefinizione dell’Europa centrale, una zona sempre più prospera: il suo ingresso nell’Ue sta definendo il confine meridionale di questa Europa centrale. E io temo che nei Balcani, a causa del South Stream che viene bloccato e che doveva essere anche un fattore d’integrazione, possano tornare vecchie tensioni.
Vi è una generazione di intellettuali, di scrittori nell’area linguistica serbocroata che hanno spinto per integrare lo spazio ex-jugoslavo. Ma la realtà politica non è così, i politici si stringono le mani e poi i processi integrativi rallentano. Attualmente abbiamo uno scollamento, in Italia e ovunque, tra gli intellettuali più dinamici, più giovani che lavorano sull’integrazione dello spazio, sull’integrazione culturale, e la politica che non dà alcuna risposta. Scenari drammatici per il futuro? No, ma il possibile percorso d’integrazione si è ora interrotto.

venerdì 30 maggio 2014

La vittoria a metà dei nazionalisti fiamminghi in Belgio.

Fonte:Limes-Rivista di geopolitica 

di Roberto Dagnino

Alle elezioni federali e regionali ha prevalso l'N-va di Bart de Wever, ma democristiani, liberali e socialisti hanno un'arma tutt'altro che spuntata nelle consultazioni per il nuovo governo.



“Formare una coalizione senza di noi sarà molto difficile, se non impossibile”. Una dichiarazione sorprendente, se non altro perché rilasciata dal leader di un partito che le elezioni federali e regionali di domenica scorsa in Belgio non le ha vinte.

Ma Kris Peeters, governatore fiammingo uscente, era evidentemente euforico. In primo luogo, perché il suo partito, i democristiani del Cd&v, hanno raggiunto l’obiettivo di superare la soglia del 20% dei voti. In secondo luogo, perché la composizione finale sia della Camera dei rappresentanti sia del parlamento fiammingo attribuisce al suo partito una posizione che in francese si definirebbe "incontournable" (imprescindibile).

I bei tempi di Gaston Eyskens e Leo Tindemans, premier che potevano contare su maggioranze larghissime nelle Fiandre, sono ormai lontani, questo è certo. Tuttavia, a Peeters e al presidente del partito Wouter Beke va il merito di aver limitato i danni ancorando Cd&v a un ruolo - quello di ago della bilancia - che gli consente di restare agevolmente al cuore della vita politica belga.

Le elezioni del 25 maggio erano state definite "la madre di tutte le elezioni" - regionali, federali ed europee cadevano quest’anno nella stessa giornata. Come da previsioni il trionfatore è stato Bart de Wever, sindaco di Anversa e leader della Nuova alleanza fiamminga (N-Va): 4 seggi in Europa (ne aveva 1), 33 alla Camera (27), 43 al parlamento fiammingo (16) e un quinto dei seggi nel nuovo Senato a elezione indiretta.

Solo a Bruxelles i nazionalisti fiamminghi hanno dovuto lasciare spazio ai liberali dell’Open Vld, arrivati primi tra l’elettorato neerlandofono. Ma a tutti gli altri livelli istituzionali è la N-Va a emergere indiscutibilmente come il partito di maggioranza relativa. A De Wever e alla sua formazione spetta pertanto in prima battuta l’incarico di elaborare un programma di governo intorno al quale costituire una maggioranza.

Proprio la posizione di forza non assoluta dei nazionalisti rende così importanti i liberali (di entrambi i gruppi linguistici) e i democristiani (fiamminghi). Si tratta infatti delle famiglie politiche con la maggiore affinità ideologica con il programma della N-va. Lo stesso De Wever non ha nascosto nelle ultime settimane, nonostante una campagna dai toni accesissimi - che una coalizione di centro-destra rappresenterebbe la soluzione più "naturale". Ma il quadro si presenta complesso, soprattutto a livello federale.

De Wever dovrà in particolare fare i conti con il premier uscente Elio di Rupo, il cui Parti Socialiste(Ps) ha sì perso qualche punto percentuale ma è riuscito a mantenere il ruolo di primo partito francofono. Poco indietro arrivano i liberali del Mouvement Réformateur (Mr), che avevano fatto dell’esclusione dal potere degli onnipresenti socialisti e della riduzione dell’assistenzialismo dello Stato sociale belga i punti cardine della loro campagna elettorale. Non sorprende che le voci di un avvicinamento del Mr alla N-va si rincorrano ormai da diverso tempo. Così non è passata inosservata la rottura della storica alleanza tra Mr e nazionalisti valloni della Fdf. Inoltre, De Wever è andato via via sfumando la vocazione ufficialmente indipendentista del proprio partito.

Il nuovo credo dei nazionalisti fiamminghi è il "confederalismo", un concetto che deve ancora trovare una chiara traduzione istituzionale ma su cui, dietro le quinte, ragionano da tempo anche settori liberali e democristiani. In uno degli ultimi dibattiti elettorali in tv De Wever ha tentato - con dubbio successo - di chiarire la propria posizione al riguardo. In linea con le idee dell’Alleanza libera europea (Ale) - la famiglia europea in cui si colloca la N-va - il sindaco di Anversa ha auspicato un rapido rafforzamento dell’Ue: un’evoluzione che a suo parere porterebbe a un parallelo irrobustimento delle identità locali e regionali. A quel punto il Belgio - così come tutti gli altri Stati membri dell’Unione - finirebbe "inevitabilmente" per apparire superfluo.

Il Belgio si è appena lasciato allo spalle una riforma istituzionale molto sofferta che ne ha rafforzato ulteriormente il carattere federale e ha bene o male archiviato il ricordo del famigerato governo vacante, fra 2010 e 2011, con uno stallo durato ben un anno e mezzo.

I belgi devono forse aspettarsi un nuovo, forse lunghissimo braccio di ferro istituzionale? Non è detto. I partiti che non hanno nel proprio programma l’indipendenza delle Fiandre o il confederalismo  - di fatto, tutti i partiti con la sola eccezione della N-va e di un’estrema destra ormai ridotta al lumicino - si preparano infatti a partecipare alle trattative con De Wever con un’arma tutt’altro che spuntata.

Negli ultimi 3 anni il paese è stato governato da una "tripartita", ossia una grande coalizione di socialisti, liberali e democristiani. A conti fatti una riedizione della stessa coalizione sarebbe, numericamente parlando, non impossibile. Certo, ignorare fin dall'inizio la volontà di oltre il 30% dei fiamminghi sarebbe politicamente suicida.

Re Filippo, alla sua prima formazione di governo, pare condividere tale impostazione e ha provveduto, a sole 36 ore dalla pubblicazione dei risultati elettorali, ad affidare a De Wever un primo mandato esplorativo.

Il primo cittadino di Anversa è ben consapevole di essere un vincitore a metà: se finirà per alzare troppo la posta in gioco, come poté permettersi di fare strategicamente nel 2010, la N-va potrebbe ritrovarsi a mani vuote. Una scelta che contraddirebbe il chiaro mandato affidatole dagli elettori.

Martedì 3 giugno è previsto un nuovo incontro tra De Wever e il sovrano per fare il punto della situazione ma è assai improbabile che le condizioni politiche per un incarico ufficiale possano maturare così rapidamente.



sabato 24 maggio 2014

L'affare del secolo.

Fonte: Arianna editrice 

di Francesco Maria Agnoli 

L'affare del secolo, quello col quale Gazprom, cioè la Russia, s'impegna a fornire per trent'anni (fino al 2048) l'energia del suo gas alla Cina in cambio di 400 miliardi  di dollari, ha  messo i vertici  dell'Unione Europea in mutande davanti alle possibili disastrose conseguenze del loro ossequioso, ma indecoroso appiattimento sulle posizioni degli Usa.  Nella loro arroganza, priva di qualunque giustificazione, perché fondata   sulla debolezza del  nulla, credevano di bastonare e sono stati bastonati.
Buffonesca  nella sua prosopopea la reazione del Commissario europeo all'Energia Guenther  Oettinger: “Noi constatiamo  che  finché il mercato funziona l'energia non è utilizzabile per sanzioni politiche nei confronti della Russia per la crisi  ucraina”.
Ma quali sanzioni energetiche? L' energia è uno dei tanti punti deboli dell'Ue e, caso mai, ha costituito fin dall'inizio della crisi ucraina  una possibile arma di ritorsione   nella disponibilità di Putin.  Un poveraccio qualunque, che, come direbbe nel suo immaginifico linguaggio Di Pietro, non ci azzecca proprio. In che mani siamo!.
Il presidente della Commissione europea Barroso (si potrebbe  dire fortunatamente ancora per poco, se non fosse il fondato sospetto che il suo successore, si tratti di Junker o di Schulz, non sarà affatto meglio di lui)  si è mostrato comunque più consapevole  della realtà e ha preferito piatire rivolgendosi  direttamente a Putin con una lettera di sostanziale sottomissione. “La fornitura di gas “ ha ascritto “non deve  essere interrotta. Conto sulla Russia perché mantenga i suoi impegni: E' responsabilità  di Gazprom assicurare  le consegna di gas come stabilito dai contratti con le società Ue”.
Quanto al governo di Kiev viene indirettamente informato che deve  essere pronto a saldare i suoi debiti e che non deve porre  ostacoli al transito del gas. Difatti l'Ue si aspetta che “tutte le parti restino affidabili fornitori e partner di transito, perché è anche nel loro interesse”.  Il che, per chi sa leggere, significa che l'appoggio europeo alla “nuova” Ucraina non è più incondizionato e Kiev farà bene ad adeguarsi mettendosi in condizione di pagare i prezzi di mercato (che è appunto quello  che chiede Putin, che non vuole concedere al golpisti le condizioni di favore riservate al legittimo governo di Jakunovic). Quanto alla Russia  Barroso (perfino lui!) ha capito chi tiene il coltello per il manico, e si accontenta di  pregarla di apprestare un sistema di allerta che  consenta di avvertire con largo anticipo  i paesi della Ue “caso mai le forniture  dovessero cessare”.

Una rilettura in chiave  energetica dell'apologo  di Fedro “la rana e il bue”.

Ascesa eurasiatista e rovina occidentale.

Fonte: Aurora sito 

di Alessandro Lattanzio 



“Richard Nixon era riuscito ad accordarsi con il leader stalinista Mao Zedong e in quel momento la Russia era contro Cina e Stati Uniti. Obama è riuscito a fare il contrario nel giro di una settimana. Ora Russia e Cina sono contro gli Stati Uniti. L’enorme stupidità della politica estera statunitense”.
La politica aggressiva della Washington decadente di Obama, istruita da oligarchi come Soros e Kissinger, decisa da una schiera di russofobi e sinofobi ottusi guidati da Brzezinski mescolando la politica del ‘Roll Back’ anti-russo, quella del contenimento verso la Cina, l’interventismo hardcore dei neo-con e softcore delle ONG hollywoodiane, con relativo codazzo colorato, non può che aver portato ai noti risultati disastrosi (per gli USA e le sue varie cheerleaders imperialistiche, dall’Unione europea alle satrapie wahhabite del Golfo Persico; dai fascisti europei agli islamisti e al sionismo; dalla sinistra occidentale al protestitismo travestito del tipo ‘Movimento 50 Stelle’, ecc.)
La sovraestensione imperialista praticata da Washington fin dal 1992, da parte delle amministrazioni dei presidenti Clinton, Bush minus e Obama, su ordine dell’apparato imperialista-finanziario diretto da Wall Street e dalla City of London, ha solo esaurito le risorse e la capacità dell’asse atlantista rhodesiano-rockefelleriano nel condurre le proprie svariate guerre simmetriche e asimmetriche, come preteso dalla teoria del ‘Dominio a Pieno Spettro’ ideata dal Pentagono alla fine degli anni ’90. Inoltre, tale esaurimento materiale trascina con sé l’esaurimento ideologico e intellettuale dell’autoproclamata ‘superiore civiltà occidentale’. Difatti, mentre i Mattoni del mondo multipolare si vanno assemblando, partendo dalle fondamenta Russia, Cina e India, il mondo atlantista è preda dall’aggravatasi della schizofrenia psicopolitica che l’ha sempre caratterizzato fin dalle sue prime incursioni colonialiste. Per due/tre secoli l’occidente era al centro della storia mondiale, o così credeva, ma con l’evolversi politico-economico dell’Asia e dell’Eurasia a partire dall’ultimo scorcio del XX secolo, la mappa geopolitica subisce un drammatico mutamento di prospettiva. Lo sguardo mondiale si apre sempre più a est, e a sud, che dalle colline di Hollywood dove oramai giace una usurata e irritante meschina macchina propagandistica.
L’asse della schizofrenia atlantista da una parte arma, finanzia, addestra e supporta direttamente i vari agenti geopolitici del caos: integralisti islamisti, taqfiriti, jihadisti e altri settarismi armati in Medio Oriente e Asia, narcos, paramilitari e mafie in America Latina, fascisti e xenofobi in Europa. Tutte espressioni delle miserabili borghesie compradores locali, da sempre indispensabili quinte colonne dell’imperialismo occidentale. Ma la stessa macchina che idea e propaga simili mostri, oggi si rivolge alla sua opinione pubblica interna sproloquiando di pseudo-accoglienza totalitaria di profughi (proprio quelli generati dalla schizofrenia occidentale all’esterno), di diritti da assegnare ad ogni sorta di deviazione psicopatologica, di un ultra-liberalismo vacuo e fatuo che accompagna la sistematica distruzione di qualsiasi garanzia che l’occidente capitalista ha sempre fatto vanto di apportare: diritti individuali al lavoro, al benessere, alla prosperità e alla stabilità materiale e morale. Tutto finito, non potendo garantire stabilità materiale, la dirigenza atlantista-finanziaria che guida l’occidente, oggi promette solo instabilità morale, diffusa a piene mani da un sistema mediatico-disinformativo così gonfiato da essere sul punto di esplodere. Ogni giorno l’occidente, mentre diffonde la sua ‘cultura’, assomiglia sempre più a una vecchia baldracca che rimembra i giorni che furono. Da Mackinder e Mahan s’è passato a Samantha Power e Victoria Nuland, da Mozart e Leonardo a Wurst e alle Pussy Riot, da Solgenitzin alle Femen… inutile aggiungere altro.
L’occidente è in pieno deliquio da ‘matrimonio per tutti’, espresso dal  nullismo integrale delle proprie ‘produzioni’ massmediatiche e culturali, e applicato con i cosiddetti ‘bombardamenti umanitari’. Tutto ciò, inoltre, viene propagandato e celebrato in prima fila proprio dalla putrefattissima sinistra europea, da mezzo secolo rottasi ad ogni sorta di gioco osceno con le ideologie ultra-indivualistiche statunitensi cui s’è legata pur di distaccarsi dal ponderato ‘piombo’ del Marx-pensiero, (ovviamente il Marx maturo, il filosofo divenuto scienziato dell’economia, non il fasullissimo Marx ‘giovane’ filosofo, che lasciamo alle meteorine del micragnoso circo accademico locale). Ma è un deliquio autoindotto, perché le cosiddette élites si rendono conto che nulla possono davanti a un mondo extra-occidentale risvegliatosi dalla trance post-guerra fredda, disingannato dalle meschinità del dirittumanitarismo di cartapesta e quindi deciso a sbarazzarsi dell’influenza del blocco atlantista-occidentale e dei suoi locali valletti (ripeto, dai satrapi oscurantisti wahhabiti ai ‘giovani’ manifestanti borghesi compradores). Non potendo più affermare una ‘superiorità’ sul piano concreto dell’economia, della politica diplomatica, della scienza e tecnologia, della produzione ideologica-mediatica, perfino militare, l’occidente si rifugia nel mondo fatato delle barbie con barba e dei nazisti democratici per poter affermare, nel vuoto del puramente virtuale, quella superiorità che non vanta nella realtà. La debacle occidentale è tale che dall’accerchiamento geostrategico dell’Eurasia, via Afghanistan, Siria e Corea del Sud, Washington e stati clienti sono costretti a passare all’accerchiamento virtuale, votando con brogli una ex-barbie barbuta austriaca o ricevendo al Congresso degli USA due prostitute ex-russe da cui avere ‘consigli strategici’.
L’accordo russo-cinese sul gas determinerà i prossimi 30 anni di cooperazione nello sviluppo dei giacimenti di gas in Siberia ed Estremo Oriente russo. Secondo Aleksej Miller, CEO della Gazprom, il valore del contratto è di 400 miliardi di dollari, per un volume di gas da esportare di oltre un trilione di metri cubi. L’accordo diverrà operativo una volta completata la costruzione del gasdotto “Forza della Siberia” che collegherà i giacimenti di gas dell’Estremo oriente russo e della Siberia occidentale con la Cina. La partecipazione della Russia a tale realizzazione viene stimata pari a 55 miliardi di dollari, quella dei cinesi a 22 miliardi. Aleksandr Birman, giornalista specializzato in questioni energetiche, scrive sul quotidiano russo Izvestija, “Dopo essersi assicurata energia a buon mercato, la Cina riafferma la propria posizione di fabbrica più competitiva del mondo“, scrive Birman. Per la Russia, la diversificazione delle esportazioni energetiche è una necessità vitale, poiché l’accordo apre a Gazpromanche i mercati di Giappone e Corea del Sud,  permettendole di diventare un attore anche del mercato del Gas Naturale Liquefatto (GNL). “Politicamente, il contratto russo-cinese è un successo“, dice Grigorij Vygon, direttore del Centro Energia della Business School di Skolkovo, Mosca. “I rischi ucraini e la posizione dell’Europa rendono la diversificazione una necessità vitale“. Osserva a sua volta il giornalista Dmitrij Babich, “Si potrebbe aggiungere che Obama s’è rivelato (involontariamente) il migliore lobbista del riavvicinamento russo-cinese nelle sue ultime visite nei Paesi con dispute territoriali con la Cina. Sostenendo direttamente la “rivoluzione” a Kiev e gli sfidanti della Cina nel Mar Cinese, Obama ha aiutato Mosca e Pechino a colmare le loro divergenze sui prezzi del gigantesco accordo. E un’altra cosa che probabilmente entrerà nei libri di testo della diplomazia è l’enorme stupidità delle sanzioni imposte al capo della prima compagnia gas-petrolifera russa, Igor Sechin, e a poche settimane del viaggio in Cina. … Si tratta di un fallimento storico per l’Unione europea e anche per gli Stati Uniti, perché cedere il gas siberiano russo alla Cina è un fallimento storico. L’UE sapeva che Putin sarebbe andato in Cina. Così, invece di lottare per il gas russo, molto importante per l’economia europea, ha creato un conflitto dal nulla sul desiderio di Janukovich di rinviare la firma dell’accordo di associazione con l’UE. E ora sembra che il gas russo sia perduto per l’Europa. Se le relazioni tra la Russia e l’UE fossero state buone, sarebbe stato molto più conveniente inviare il gas all’Europa, perché le infrastrutture per l’esportazione della Russia sono orientate verso l’Europa. Invece, sono riusciti ad allontanare la Russia e nonostante un prezzo piuttosto basso proposto inizialmente dalla Cina, la Russia ha comunque concluso tale accordo”.
Dichiarazione di Vladimir Putin sulle relazioni Russia-Cina, 20 maggio 2014, Shanghai:
“Presidente Xi Jinping, onorevoli colleghi, amici, 
Oggi, in un ambiente tradizionalmente accogliente e fattivo, abbiamo adempiuto al vasto programma della cooperazione russo-cinese, ponendoci obiettivi ambiziosi e traguardi a lungo termine. Abbiamo firmato una serie di importanti documenti bilaterali. Le relazioni tra la Russia e la Repubblica popolare cinese si sviluppano con successo e hanno raggiunto un nuovo livello di partenariato globale e cooperazione strategica. Durante i negoziati, abbiamo prestato particolare attenzione alle questioni economiche. La Cina è il principale partner commerciale estero della Russia. L’anno scorso il fatturato commerciale tra i nostri Paesi è stato di quasi 90 miliardi di dollari, e lavoreremo per portarlo a 100 miliardi. Abbiamo tutto quello che serve per raggiungere questo obiettivo. Un Comitato d’investimento russo-cinese è stato istituito per continuare l’espansione degli investimenti reciproci. V’è una serie di importanti iniziative imprenditoriali nel settore energetico. Lavoriamo in tutti i settori, e progrediamo in tutto il mondo. 
Nel corso della riunione, abbiamo anche considerato i modi per diversificare gli scambi commerciali riducendo la dipendenza dalla situazione economica globale. Promuoveremo la cooperazione in settori ad alta intensità tecnologica come l’aviazione civile. Abbiamo buone prospettive, i progetti per realizzare aeromobili wide-bodies ed elicotteri pesanti civili. Sviluppiamo anche la cooperazione nella produzione delle auto. La cooperazione tra le banche è in crescita e continuerà a sviluppare l’infrastruttura finanziaria. Si lavora per aumentare i versamenti reciproci in valuta nazionale, e abbiamo intenzione di considerare nuovi strumenti finanziari. La cooperazione tecnologica militare, sotto la supervisione dei ministeri della Difesa dei nostri Paesi, è una questione separata. È un fattore importante per la stabilità e la sicurezza regionale e mondiale. Vediamo un grande futuro nell’espansione della cooperazione tra le singole regioni dei nostri Paesi. Numerose regioni russe, comprese le città metropolitane di Mosca e San Pietroburgo, così come la regione del Volga ed altre, collaborano direttamente con partner cinesi. I legami umanitari sono sempre più importanti. A marzo abbiamo lanciato i mutui scambi annuali d’amicizia della gioventù. Abbiamo anche deciso di creare una università russo-cinese basata sull’Università Statale di Mosca e la Beijing University of Technology. 
Il Signor Presidente ha già detto che la memoria storica del grande eroismo dei nostri popoli nella seconda guerra mondiale, avvicina ancora più Russia e Cina. Abbiamo deciso di tenere celebrazioni congiunte per il 70° anniversario della Vittoria. Nel corso del nostro scambio dettagliato, abbiamo anche seguito le questioni internazionali. Prendo atto che le posizioni di Russia e Cina in gran parte coincidono. Condividiamo le stesse priorità globali e regionali. Abbiamo concordato un più stretto coordinamento delle nostre azioni in politica estera, anche nel quadro delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai, dei BRICS, APEC e della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia, che inizia la sua riunione stasera. Sono grato al Presidente della Cina e a tutti i nostri amici e partner cinesi per l’incontro molto costruttivo tenutosi oggi e in precedenza, quando abbiamo preparato la visita. Grazie per l’invito a visitare la Repubblica popolare cinese e ad assistere ai prossimi eventi. Sono felice di accettare. 
Grazie”.
Il Presidente Vladimir Putin quindi ribadiva non solo che Russia e Cina nei loro rapporti economico-finanziari abbandonano l’uso del dollaro USA, ma anche l’”intenzione di prendere in considerazione nuovi strumenti finanziari…” I rapporti commerciali tra Cina e Russia si basano sempre più su meccanismi che vanificano le sanzioni economiche occidentali contro i due Paesi continentali. Inoltre, il Presidente Xi Jinping ha proposto la creazione di una nuova organizzazione asiatica per la cooperazione nella sicurezza, con la partecipazione di Iran e Russia, alla Quarta Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA, forum di 24 Paesi volto a rafforzare la cooperazione per la pace, la sicurezza e la stabilità in Asia), a Shanghai, Cina. “Dobbiamo rinnovare la nostra cooperazione per la sicurezza ed istituire una nuova architettura nella cooperazione per la sicurezza regionale“, ha detto Xi al vertice cui partecipavano anche il presidente iraniano Hassan Rouhani e il presidente russo Vladimir Putin. Il presidente cinese ha detto che le nazioni asiatiche dovrebbero rispondere collettivamente a problemi gravi come criminalità transnazionale, sicurezza informatica ed energetica, terrorismo e catastrofi naturali. “Dovremmo avere tolleranza zero per terrorismo, separatismo ed estremismo, dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale e intensificare la lotta contro tali “tre forze”. Il presidente cinese ha anche avvertito gli Stati Uniti contro la loro espansione militare in Asia: “Rinforzare le alleanze militari contro una terza parte non favorisce la sicurezza regionale.”
Inoltre, da oggi le società russe partecipano alle realizzazione del gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI). Il vicepremier russo Arkadij Dvorkovich ha dichiarato al Congresso sul gas in Turkmenistan, “Lo sviluppo del ‘vettore orientale’ e la sicurezza e la stabilità energetiche sono le nostre priorità“. Dvorkovich ritiene che la cooperazione con i Paesi della regione Asia-Pacifico sia promettente. La Russia è pronta a fare invitare il Turkmenistan al Gas Exporting Countries Forum (GECF) in Qatar, nel novembre 2014. “La partecipazione del Turkmenistan nel forum degli esportatori gasiferi può avvantaggiare la repubblica dell’Asia centrale“. Afghanistan, Pakistan e India sono acquirenti del gas turkmeno, e la creazione del consorzio TAPI Ltd ne è una logica conseguenza. La richiesta di accelerare la realizzazione del progetto è stata discussa in una riunione tra il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov e i funzionari indiani. La costruzione dovrebbe essere completata nel 2018, permettendo al Turkmenistan di fornire 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno ai suoi tre clienti.
In definitiva, Obama ha contribuito a concretizzare l’incubo di sir Halford Mackinder, ovvero la coesione politica di un’Eurasia che riesce a sottrarsi alle manipolazioni geostrategiche e geopolitiche atlantiste sviluppando ampie infrastrutture per i trasporti e le comunicazioni terrestri attraverso l’Heartland. Reti ferroviarie, viarie, gasdotti, oleodotti e addirittura canali, sviluppati dagli anni ’30 in poi, permettono oggi all’Eurasia di non essere minacciata alle linee di approvvigionamento del suo sviluppo economico-sociale, sottraendosi a quel predominio talassocratico che è alla base delle passate fortune dell’impero inglese e di quello statunitense. E in futuro, più si approfondirà l’integrazione eurasiatica, più diminuirà l’influenza monopolare di Washington e meno instabili risulteranno varie realtà geopolitiche regionali e mondiali.

Cina-Russia, l’asse del gas.

Fonte: Altrenotizie 

di Michele Paris


La firma a Shanghai del monumentale accordo di fornitura di gas naturale tra la Russia e la Cina rappresenta in prospettiva un evento in grado di scombinare gli equlibri energetici in Asia e non solo, se non addirittura gli assetti strategici globali emersi al termine della Guerra Fredda. La partnership sempre più salda tra Mosca e Pechino - in ambito energetico ma anche economico e militare - costituisce infatti un serio problema per gli Stati Uniti.
L'accordo mette in discussione la già stentata “svolta” asiatica di Washington in funzione di contenimento della Cina, sulla quale dovrebbero basarsi in gran parte i progetti americani per la conservazione di un ordine mondiale unipolare di fronte all’inesorabile declino della (ancora per poco) prima potenza economica del pianeta.

Quando già i media ufficiali d’oltreoceano stavano festeggiando la mancata firma sul contratto di fornitura di gas al termine del primo giorno trascorso dal presidente russo Putin in Cina, l’annuncio dell’accordo raggiunto ha cominciato invece a circolare nella giornata di mercoledì, mandando senza dubbio un brivido tra gli occupanti delle stanze del potere di Washington e i think tank americani impegnati a disegnare un futuro radioso per l’unica presunta superpotenza globale.

Già le sole dimensioni dell’intesa tra la russa Gazprom e la cinese CNPC (China National Petroleum Corporation) rivelano l’importanza di quanto accaduto questa settimana a Shanghai. Come è ormai noto, la Russia fornirà a partire dal 2018 e per 30 anni qualcosa come 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla Cina per un valore complessivo di circa 400 miliardi di dollari.

Ciò ammonta al 20% delle attuali forniture complessive di gas russo ai paesi europei e ad un aumento di un quarto delle esportazioni di gas di Mosca al di fuori dell’ex blocco sovietico. Questi numeri già molto importanti sono destinati però a salire nel prossimo futuro, visto che un altro aspetto determinante dell’accordo prevede investimenti per 75 miliardi di dollari nella costruzione o nell’ammodernamento di gasdotti e altre infrastrutture energetiche nella sconfinata area di confine tra i due paesi.

Con le entrate ottenute dal contratto cinese, in particolare, Gazprom potrà investire 55 miliardi di dollari - gli altri 20 saranno a carico dei cinesi - in impianti e condutture in Siberia orientale che favoriranno le esportazioni anche verso altri paesi, inclusi i due principali alleati americani in Estremo Oriente: Giappone e Corea del Sud.

I negoziati sul gas tra Cina e Russia erano in corso da un decennio e in svariate occasioni era sembrata imminente una possibile intesa. Uno dei punti più spinosi era rappresentato dal costo delle forniture, con entrambe le parti interessate ad attendere e sfruttare le migliori condizioni possibli nel momento in cui esse si fossero presentate.

Il prezzo finale non è stato resto noto ma dovrebbe essere stato fissato in termini vantaggiosi soprattutto per Pechino. Secondo gli analisti di RBC Capital Markets, infatti, le condizioni di acquisto stabilite dovrebbero garantire alla Cina un afflusso sicuro di gas naturale ad un costo tra il 25% e il 40% inferiore a quanto sborsa oggi per importare gas liquefatto (LNG) via mare.

Le condizioni di vendita del gas russo alla Cina potrebbero perciò creare problemi di competitività per le maggiori multinazionali operanti nell’ambito dell’LNG, così come finirebbero per essere poco vantaggiosi gli investimenti annunciati in impianti per l’esportazione di gas liquefatto negli Stati Uniti, soprattutto se destinato al continente asiatico.

Uno dei vantaggi per la Russia - oltre a quello economico - è legato invece al fatto che i due giacimenti in Siberia da cui deriverà il gas diretto in Cina sono oggi poco sviluppati e senza la sigla di un contratto di queste dimensioni con Pechino avrebbero avuto poche chances di venire sfruttati.

L’appetito cinese per le risorse energetiche, inoltre, dovrebbe continuare a salire vertiginosamente nei prossimi anni e la Russia potrebbe beneficiarne ulteriormente. Il fabbisogno di gas naturale della Cina nel 2013 è stato di 170 miliardi di metri cubi e, secondo le previsioni, salirà a 420 miliardi entro il 2020.

In ogni caso, l’accelerazione delle trattative e la volontà dei governi di Mosca e Pechino di far coincidere la firma dell’accordo con l’incontro a Shanghai tra Putin e il presidente cinese, Xi Jinping, sono state la conseguenza dei fatti in corso in Ucraina e del desiderio del Cremlino di rispondere a sanzioni e minacce dell’Europa, impegnata - almeno a parole - a cercare fonti di approvvigionamento di gas alternative alla Russia.

Per la Cina, l’importanza della partnership in ambito energetico con la Russia è rappresentata poi dalla possibilità di garantirsi forniture certe e di lungo periodo via terra da un paese confinante e, soprattutto, al di fuori delle rotte presidiate dagli Stati Uniti. La gran parte delle importazioni cinesi di petrolio e gas naturale viaggia oggi per mare, nelle acque cioè al largo delle coste sud-orientali del paese, dove è sempre più fitta la presenza militare americana, rendendo estremamente seria la minaccia di una interruzione delle forniture in caso di esplosione di una qualche crisi.

Oltre a questo rischio, Pechino ha indubbiamente valutato anche quello degli ostacoli posti spesso proprio dagli USA e dai loro alleati al mantenimento e all’allargamento dei rapporti energetici con paesi mediorientali, africani e sudamericani. Infatti, alcune delle maggiori crisi scoppiate in questi anni riguardano frequentemente paesi che sono o sono stati importanti fornitori di gas o petrolio per la Cina, come Iran, Libia, Sudan e Venezuela.

In un quadro più ampio, il fondamentale accordo russo-cinese sul gas si inserisce a pieno titolo nei processi in atto da tempo che stanno producendo una trasformazione verso un mondo multipolare, rafforzando anzi in maniera determinante questa evoluzione.

La collaborazione a tutto campo tra Mosca e Pechino - nonostante più di una divergenza di interessi - appare cioè come l’asse portante di una rete di alleanze, accordi commerciali e partnership strategiche che vede come protagonisti svariati paesi emergenti, sempre più svincolati dai legami con gli Stati Uniti e l’Europa.

Questa tendenza si è concretizzata in gruppi e organizzazioni varie come i cosiddeti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) o l’eurasiatica Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), vista da molti come possibile futuro contrappeso alla stessa NATO, ma anche il finora oscuro CICA - un forum intergovernativo per promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità in Asia - che ha fatto da cornice questa settimana allo storico accordo tra Putin e Xi a Shanghai.

In questa realtà sta nascendo anche l’ipotesi realmente rivoluzionaria dell’utilizzo di una nuova moneta, o una serie di monete, per i pagamenti internazionali alternativa al dollaro, come conferma un dato del Fondo Monetario Internazionale secondo il quale nell’ultimo decennio le riserve monetarie “non in dollari” nei mercati emergenti sono salite del 400%.

Un’evoluzione, insomma, che promette una sempre più marcata marginalizzazione degli Stati Uniti e la perdita da parte di questi ultimi dello status di prima potenza economica e militare del pianeta, quanto meno sul medio o lungo periodo.

Di fronte a questa minaccia, è facile intuire le motivazioni che stanno dietro ai tentativi di Washington di rivolgere attenzioni e risorse sempre più verso l’Asia o la Russia, sia pure facendo aumentare i rischi di un conflitto rovinoso, come appare chiaro in Ucraina e in Estremo Oriente con la riesplosione delle contese territoriali tra la Cina e svariati paesi vicini.

Un’aggressività, quella del governo USA, che potrà però fare ben poco per fermare un cambiamento, annunciato dalla stretta di mano di mercoledì tra Putin e Xi, che - sia pure incapace di superare le contraddizioni del sistema capitalistico - sembra prefigurare un pianeta nel quale un numero sempre maggiore di paesi, in Asia come in Africa o in America Latina, vede il proprio futuro non più legato necessariamente a quello dell’Occidente.

Putin sceglie l'Eurasia e dà scacco matto agli USA e alla UE.

Fonte: Eurasia

di Stefano Vernole

Puntuale come un orologio svizzero e fedele alla sua natura di giocatore “simmetrico”, Vladimir Putin ha sciolto ogni dubbio e ha deciso di puntare tutto sull’opzione eurasiatica.
Il gioco “duro” attuato da Washington tramite i suoi satelliti di Bruxelles ha costretto il capo del Cremlino ad abbandonare le sue storiche esitazioni verso l’Ostopolitik e a virare in maniera decisa a favore dell’asse eurasiatico Russia-Cina-Iran prospettato già all’inizio degli anni Novanta da Evgenij Primakov e dalla sua dottrina geopolitica.
L’accordo trentennale per la fornitura di gas naturale a Pechino rappresenta solo l’aspetto più evidente di questo spostamento di prospettiva strategica, rimasto per lungo tempo “congelato” dai decisori di Mosca.
C’è voluta tutta l’arroganza della Casa Bianca e la cecità geopolitica dell’Unione Europea per consentire l’attuazione di questo risultato, da diversi anni preconizzato anche in Italia (in modo solitario) dagli analisti della nostra rivista.
Il partenariato strategico Russia-Cina, destinato ormai ad evolvere militarmente tramite l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, è il primo passo verso la costruzione di un nuovo assetto delle relazioni internazionali realmente multipolare e condiviso, che dovrà portare sicurezza e stabilità proprio nelle aree messe a soqquadro dall’avventurismo militare statunitense in Medio Oriente e in Asia Centrale, Afghanistan e Iraq in primis.
Questa configurazione geopolitica, così diversa dal Nuovo Ordine Mondiale unipolare sognato dagli Stati Uniti d’America dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, consentirà anche gradualmente di modificare la struttura produttiva globale basata oggi sulla fallimentare finanziarizzazione dell’economia.

Non è un caso che i termini dell’accordo firmato ieri da Putin e Xi Jinping prevedano l’utilizzo di yuan e rubli per pagare il gas naturale e le infrastrutture necessarie al suo trasporto, escludendo il dollaro (ma anche l’euro) in un’intesa tanto importante per il mercato internazionale delle materie prime.
L’accelerazione voluta dalla Russia nelle ultime settimane, in conseguenza della crisi ucraina, è perciò destinata a lasciare il segno e inciderà profondamente sul destino mondiale negli anni a venire.
Putin ha infatti concesso il via libera in Europa alle aspirazioni indipendentiste delle tanti regioni contese come la Transnistria, o la Republika Srpska, ha ribadito il suo sostegno ad Assad in Siria e formalizzato i contratti sul gas e il nucleare in sospeso con l’Iran, ha cancellato il debito della Corea del Nord, ha aumentato il sostegno ai paesi dell’America Indio-Latina stanchi dello storico cappio al collo lasciato in eredità dalla dottrina Monroe.
Soprattutto Mosca ha ribadito come il progetto dei BRICS, destinato ad allargarsi ulteriormente ad altre nazioni indipendenti, sia destinato a prendere il posto del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a guida statunitensi, per sostituirne il modello finanziario basato sull’usura e sulla speculazione e inaugurare una nuova era basata sull’economia reale.
Mentre il Brasile ha già scritto una bozza dello statuto della Banca per lo sviluppo dei BRICS, la Russia sta preparando un accordo intergovernativo per la sua istituzione.
I flebili tentativi mediatici di immaginare un’alternativa alla “dipendenza” dal gas moscovita non incantano praticamente nessuno nemmeno in Europa, dove i “vantaggi” dello shale gas nordamericano vengono irrisi dagli analisti energetici.
Non a caso l’Ungheria di Orban se ne frega bellamente delle minacce di Bruxelles e prosegue imperterrita la sua politica di apertura alla Russia, l’Austria invece di attuare sanzioni contro Mosca firma il contratto per il South Stream con Gazprom, mentre l’Italia è addirittura costretta a inviare comunicati stampa per ribadire il suo sostegno al progetto del gasdotto russo-europeo per timore di restarne esclusa.
A buona ragione, visto il caos libico e le minacce atlantiste sempre meno velate all’Algeria, altro nostro fornitore energetico essenziale insieme a Tripoli e a Mosca.
Non sarebbe ovviamente comprensibile questa bancarotta della politica europea se concentrassimo l’attenzione solo sull’incapacità e sul servilismo delle nostri classi dirigenti, così come sta avvenendo anche durante l’attuale campagna elettorale in vista delle elezioni di domenica prossima.
L’unico tema che infatti viene evitato da tutti i candidati e che rappresenta invece il dato concreto sul quale soffermarsi è quello della “nostra” alleanza militare, cioè l’appartenenza anche formale – in base ai Trattati approvati dai Parlamenti dei Paesi membri – dell’Unione Europea alla NATO.
Questa servitù militare su base continentale è infatti la ragione principale del fallimento del progetto europeo, destinato ad andare in pezzi sotto il peso delle sue contraddizioni; cioè tra l’aspirazione a diventare un polo geopolitico autonomo orientato in maniera naturale verso Oriente e la sua sottomissione ad un’alleanza militare che la spinge verso Occidente.
Clamoroso il caso dell’Italia, costretta – causa la sua appartenenza alla NATO – con l’intervento militare in Libia del 2011 a fare guerra a sé stessa, perdendo così 14 miliardi di euro di commesse.
Senza perciò un serio dibattito politico che tragga questa naturale conseguenza, cioè la necessità per l’Europa di sganciarsi dall’Alleanza Atlantica e di espellere le basi statunitensi dal proprio territorio, tutta la dialettica tra UE sì e UE no, Euro sì ed Euro no, perde la sua validità.
Nel frattempo la Russia, mentre flirta apertamente con la Cina, lascia comunque una porta aperta a quegli europei che cercano un’alternativa anche di tipo culturale, visto che la sistematica distruzione dei valori morali e spirituali nel Vecchio Continente trova il suo corrispettivo nella crisi economica strutturale dell’Occidente.
Quanti però sapranno in grado di cogliere questa opportunità?